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Se è l’informazione a creare il caos

di Fabio Germani

Giornali e tv contribuiscono davvero a costruire e a promuovere la pubblica opinione quando si lasciano contagiare dal clima avvelenato e violento causato da una politica che dimentica o sottovaluta i bisogni reali e concreti delle persone?. Le preoccupazioni dell’arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi, espresse recentemente in occasione della festa di San Francesco di Sales, pongono dei quesiti che, nell’era di internet, paiono sopiti e che invece riaffiorano inevitabilmente alla bisogna. Soprattutto in un paese come l’Italia, dove la televisione continua a vantare un invidiabile primato rispetto agli altri mezzi di comunicazione. Le cronache politiche delle ultime settimane registrano i toni particolarmente accesi, molti dei quali enfatizzati durante (e da) i talk show, delle fazioni in campo. I media si ergono così a protagonisti della scena pubblica, molto al di là del mero scopo informativo, e assumono un più vivace status di arbitro della contesa rispetto ai periodi di calma apparente.
Il sistema dei media, seguendo lo schema perciò rafforzato del ‘modello mediatico’, funge da cassa di risonanza del sistema politico che nel frattempo interagisce con quello dei cittadini. Le parole di Tettamanzi, in questo senso, non sono prive di fondamento né, tuttavia, rappresentano la scoperta dell’acqua calda. Accade sovente, infatti, che gli argomenti trattati dai media siano quelli più in voga perché dialogicamente rilevanti, il che non sempre è un bene. In tale contesto – e rimanendo nella stretta attualità – torna l’annosa questione del cosa è pubblico e cosa è privato. Se con l’avvento della sfera pubblica borghese – spiega Jurgen Habermas – “il pubblico interesse alla sfera privata della società civile non è più oggetto di cura esclusivamente da parte del governo, ma è preso in considerazione da tutti i sudditi come loro proprio interesse”, nella seconda metà del XX secolo il paradigma viene meno. Nelle democrazie occidentali, cosiddette avanzate, l’agire politico si tramuta nella ricerca spasmodica del consenso e i partiti sono votati all’immagine, più al contenitore che al contenuto, per meglio dire. Eppure non si può prescindere dalla vocazione critica della sfera pubblica. In soldoni: se il rapporto di fiducia tra eletto ed elettori è minato alla base (da una cattiva gestione degli affari da parte del leader per via di un proprio tornaconto o da uno scandalo di altra entità) è un passo obbligato prendere in considerazione il mormorio dell’opinione pubblica veicolato, nella sua (ipotetica) funzione di ‘watchdog’, dal quarto potere. Ma la stampa, a sua volta, è messa a dura prova. Ad uno strattone volto a gonfiare il ‘male’ può seguire una sorta di bilanciamento attraverso la copertura positiva di un dibattito di natura politica o economica (che in ogni caso non può escludere a priori nuove polemiche tra le parti chiamate in causa) o dell’attività istituzionale. Più l’informazione è schierata, quindi, più è probabile che si crei un reale stato confusionale. Non a caso nelle democrazie moderne è impensabile governare avendo contro l’intero sistema dell’informazione, piuttosto è verosimile tramite il costante ‘endorsement’ di una parte di esso.
Il rischio più grosso – per tornare allo stato d’animo di Tettamanzi e concludere – è quello di rievocare lo pseudo-ambiente già paventato, nel lontano 1922, da Walter Lippmann. E, considerato l’andamento del rapporto media/politica negli anni, non si può certo negare al famoso giornalista e saggista statunitense il merito di una notevole lungimiranza.

 

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