Steve Jobs e la parabola del porno device | T-Mag | il magazine di Tecnè

Steve Jobs e la parabola del porno device

TECNOLOGIA E FALSA MORALE

La notizia del parlamentare italiano pizzicato da un fotografo a spulciare un sito poco opportuno durante una seduta della Camera dei deputati ha riportato a galla una vecchia polemica di cui si è reso protagonista Steve Jobs.
L’occasione è stata data dal fatto che il parlamentare in questione è stato accusato di “visitare siti porno” con il suo iPad. Alla notizia si è reagito in diversi modi: alcuni hanno confermato l’accusa, mentre altri hanno ricordato che, qualsiasi cosa stesse guardando il deputato, certo non si trattava di pornografia dato da iPad – hanno detto – non è possibile accedere a quel tipo di contenuti.
La verità però è che da iPad, così come da iPhone e iPod Touch si può tranquillamente accedere al porno, purché si tratti di quei siti che si sono adattati e hanno aggirato le restrizioni adottate dalla casa della Mela. Per fare un esempio, se avessimo deciso di pubblicare su questo sito dei contenuti porno con la stessa tecnica con la quale pubblichiamo il ticker delle notizie di Adn o i video di YouTube non sareste riusciti a vederli da un dispositivo mobile di Apple. Diversa sorte sarebbe toccata invece a chi avesse raggiunto questo sito con un MacBook o un iMac, dato che questi altri dispositivi non soffrono le stesse restrizioni.
Ma non è il più o meno agevole accesso al porno che ci interessa qui. Più che altro ci piacerebbe sapere come sia saltato in mente a Steve Jobs di inibire il porno sui suoi formidabili device portatili. La versione ufficiale è zoppa che più non si può, poiché consiste in una non meglio definita crociata per la “libertà dal porno” condotta dagli uomini di Cupertino. Versione zoppa, dicevamo, perché non è chiaro a quel punto il motivo per il quale la crociata, opportuna o sciocca che sia, debba riguardare solo i dispositivi mobili di Apple e non tutti gli altri. E a questa scisa sono state poi associate altre motivazioni ancora meno solide: si inibisce il porno perché i device possono contrarre virus e danneggiarsi, e poi perché si logorano le batterie. La prima scusa non sussite, perché i virus al massimo sono trasmessi dalle pagine che contengono i video e non dai video stessi. E la seconda non spiega perché ognuno non sia libero di scaricare le sue batterie nel modo che preferisce. Insomma, ci mancava solo che Jobs dicesse che il porno fa diventare ciechi, e poi le aveva dette tutte.  
Come si può immaginare, il caso è stato oggetto di molti dibattiti, innescati in particolare dall’arguta provocazione di un editor di Valleywag, Ryan Tate, che in una mail a Steve Jobs ha contestato il difetto di libertà che tale decisione comportava, domandandosi addirittura cosa avrebbe mai pensato Bob Dylan a vent’anni di una cosa del genere.
Ovviamente il partito del complotto non è rimasto con le mani in mano e ha immediatamente tracciato uno scenario dalle non trascurabili conseguenze industriali: perché gran parte del porno è distribuito su internet attraverso una tecnologia che Jobs sarebbe stato ben lieto di acquisire, e mutilandone la diffusione si starebbero creando le condizioni per una transazione a prezzo enormemente più vantaggioso.
Chiacchiere, interrogativi inevasi e una grande confusione, di fronte alla quale non possiamo che parafrasare proprio Bob Dylan: accettiamo il caos, anche se sembra che sia lui a non accettare noi.

 

1 Commento per “Steve Jobs e la parabola del porno device”

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