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La censura cinese in prospettiva economica

di Fang Kecheng*

Nella regione dello Xinjiang è venuto meno il controllo sulle comunicazioni in rete. I suoi abitanti, finalmente, avranno accesso a internet come tutti gli altri. Non tutti sono felici. Si dice che i proprietari dei karaoke siano particolarmente dispiaciuti: i loro affari sono crollati miseramente.

Questo evento senza precedenti sarà inevitabilmente ricordato nelle pagine della storia della rete. Giusto o sbagliato saranno gli abitanti dello Xinjiang a valutarlo, ma molti utenti si sono preoccupati: l’esperienza dello Xinjiang potrà essere estesa a tutta la Cina? Un giorno potrebbe accadere che nella provincia del Sichuan, nel Guangdong o addirittura a Pechino venga negato l’accesso a internet?

Questo non può accadere.

Nella maggioranza delle province cinesi non esiste una situazione così complessa come quella della regione dello Xinjiang. Non c’è quindi ragione di bloccare totalmente internet. Inoltre, ed è forse la ragione più importante, senza internet la vita economico-sociale cinese collasserebbe, specialmente in quelle province della costa, orientate verso un’economia d’esportazione. Nel caso in cui si perdessero i contatti con i businessman stranieri, si vedrebbe evaporare una ricchezza di dimensioni astronomiche e lo sviluppo economico di cui la Cina è così fiera non esisterebbe più.

Per questo motivo, la profezia di una grande “intranet cinese” è una stupidaggine. Inutile dargli peso. Significherebbe tornare alla dinastia dei Qing oppure diventare la Corea del Nord. Tutto ciò è impossibile! Il problema di internet può essere letto da diversi punti di vista. Ponendo l’accento sulle sue implicazioni politiche e facendo leva sui significati di libertà e democrazia, ignoriamo un aspetto fondamentale, quello economico.

Il vicepresidente della Commissione Europea, Neelie Kroes, in visita a Shanghai, negli uffici del portale web Tudou, ha affermato che il sistema della censura dei siti internet in Cina costituisce una barriera economica e deve essere discusso dall’Organizzazione mondiale del commercio.

La vicepresidente sostiene che se la censura fosse un ostacolo alla comunicazione, diventerebbe automaticamente un problema commerciale: “Mi impegno affinché le imprese europee trovino in Cina un sistema di competizione equo e imparziale , e viceversa”.

Qualche tempo fa nella vicenda ‘Google lascia la Cina’ si era diffusa la speranza dell’intervento del WTO. Affidare ad un’organizzazione internazionale lo studio e la risoluzione del problema della censura mi sembra un metodo razionale. Un paese grande come la Cina si impegna a costruire all’estero un’immagine di nazione responsabile, e non desidera che il paese si porti dietro una cattiva reputazione a causa della censura. Non sarebbe una cattiva idea se un’organizzazione esterna promuovesse il dialogo tra la Cina e la comunità internazionale.

Dobbiamo fare attenzione perché il piano economico influisce su quello politico, e viceversa. La partecipazione di un’organizzazione internazionale, nel contesto attuale, renderebbe difficile tracciare una netta linea di demarcazione che impedisca ogni intervento sulla politica interna. Forse il problema della censura potrebbe cominciare ad essere risolto partendo da una prospettiva economica.Il 28 aprile del 2007 un cittadino di Shanghai, Du Dongjin, ha fatto causa alla China Telecom di Shanghai. L’azienda era responsabile, da contratto, del servizio di installazione e fornitura della linea telefonica. In caso di guasti, China Telecom avrebbe dovuto ripararli immediatamente; in caso di persistenza del problema, avrebbe dovuto avvisare il cliente e rinunciare al compenso per i mesi interessati dal guasto. Il cliente chiedeva all’azienda di adempiere al proprio dovere contrattuale, permettendogli di accedere a un normale sito commerciale,www.realcix.com, a cui non era più possibile accedere. Il problema non era stato risolto e China Telecom non aveva fornito alcuna spiegazione. La causa è quindi arrivata in tribunale: il cliente chiedeva di essere risarcito.

Quella che è stata chiamata dai media ‘la causa contro il Grande Firewall cinese’ altro non è che una semplice disputa civile. Sebbene l’accusa abbia perso la causa, la faccenda ci deve far riflettere. Voglio proporre una soluzione economica al problema della censura in Cina per due motivi.
Il primo è che i problemi economici non vengono trattati come le ideologie, e raramente si arriva al punto di non trovare una soluzione; il secondo è che i problemi economici hanno bisogno di uno schema risolutivo chiaro e sicuro: non è possibile sostituire un dato certo con una frase ambigua. In questo modo, almeno, si riuscirebbe a sciogliere il nodo principale della censura, che è proprio quello di non rendere pubblico, di non esplicitare.

Insomma, se il problema della censura viene affrontato da un punto di vista politico, le posizioni si radicalizzano, ma se lo si affronta da un punto di vista economico, c’è più spazio per una riflessione e, forse, per una soluzione.

(Tradotto da Desiree Marianini per Caratteri Cinesi di China Files)
*Per gentile concessione de l’Indro

 

1 Commento per “La censura cinese in prospettiva economica”

  1. […] This post was mentioned on Twitter by Fabio Germani, tecneitalia. tecneitalia said: su T-mag: La censura cinese in prospettiva economica http://tinyurl.com/4c5so5a […]

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