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La protesta corre in rete, dove arriverà?

di Astrid N.Maragò

I blog e i social network hanno dimostrato di essere in grado di svolgere oggi una funzione parallela a quella tipica della piazza di ieri, una funzione che serve al coordinamento del movimento rivoluzionario e allo scambio di informazioni.
Un autentico strumento propulsore della mobilitazione sociale, i social media si sono rivelati perfetti per essere utilizzati proprio nei luoghi dove gli strettissimi controlli governativi limitano i poteri di azione sul campo dello spazio pubblico.
Così, secondo la notizia riportata dal quotidiano Al-Ahram, un giovane egiziano ha deciso di chiamare la sua primogenita Facebook Jamal Ibrahim per rendere omaggio a Mark Zuckerberg e al social network, per il ruolo chiave che lo stesso ha assunto durante la rivolta che ha portato alla destituzione di Mubarak dopo 18 giorni di violente proteste.
La rete e i social network sono oggi gli strumenti di comunicazione più efficaci e immediati che si possano utilizzare per dar voce alle proteste e permettere loro di incontrare rapidamente l’opinione pubblica di massa. Facebook, Twitter e YouTube diventano inoltre un veicolo di denuncia per raccontare al mondo esterno degli scontri, degli abusi e delle violenze perpetrate dai governi liberticidi per reprimere e mettere a tacere i manifestanti.
E’ proprio grazie a Twitter e agli strumenti di Google maps che in queste ore di forti tensioni e scontri sanguinosi in Libia, l‘attivista @Arasmus ha avuto la possibilità di documenare i luoghi dove prende piede la rivolta contro il regime di Gheddafi, ed è grazie alla comunità virtuale di Avaaz.org che milioni di persone in tutto il mondo hanno oggi la possibilità di pronunciarsi, coordinarsi tra loro e intervenire in prima persona su questioni di politica internazionale. Dalla crisi mediorientale alla “legge bavaglio” in Italia, dalla povertà nel mondo alle alluvioni in Pakistan, “avaaz è la comunità che si crea intorno a una campagna che porta la politica dei cittadini nel processo decisionale in tutto il mondo”: il mondo in azione, tradotto in 14 lingue, a servizio di 7 milioni e 300 mila iscritti in continua crescita. Il tutto avvalendosi di strumenti semplici e immediati come petizioni, campagne pubblicitarie, appelli ai capi di Stato e di governo, e proteste organizzate su strada finanziate direttamente dai membri. In queste ultime ore, anche l’attenzione di questo network è focalizzata sulla protesta in Libia, che di ora in ora si fa sempre più grave, contando più di 300 vittime tra i civili che hanno preso parte alle manifestazioni.
Non c’è quindi da meravigliarsi se, come già accaduto in Egitto il mese scorso, anche il regime del colonnello Gheddafi ha tempestivamente interdetto l’uso di internet e delle linee telefoniche per ostacolare le rivolte, oltre ad aver chiuso le frontiere ai giornalisti stranieri per limitare la fuoriuscita di informazioni. Un chiaro segno, questa precauzione, dimostrativo del fatto che il potere politico dei social media è ormai riconosciuto dalle istituzioni governative e fortemente temuto e osteggiato dai governi totalitari.
Le manifestazioni degli ultimi giorni in Iran, in Tunisia, e in Egitto, che hanno portato alle dimissioni di Ben Alì e Mubarak, erano state convocate via Twitter e supportate da centinaia di gruppi di dissidenti organizzati su Facebook. La contro-informazione delle opposizioni ai regimi totalitari, da Cuba alla Cina passando per il Medio Oriente, si nutre di comunicazioni via sms, email, social network e blog per eludere la censura governativa. E nuovi software come Tor, e i proxy server vengono progressivamente affinati e diffusi per accorrere in aiuto dei manifestanti.
Ma sarà sufficiente una capillare diffusione delle nuove tecnologie e dei social media per ottenere maggiore democrazia in questi paesi? C’è chi ne è fermamente convinto. Basti pensare che il segretario di Stato americano Hillary Clinton, intervenuta alla George Washington University dopo le rivolte egiziane, ha rivendicato nei confronti dei governi repressivi il diritto incondizionato alla libertà della rete, “nuova piazza del mondo”.

 

2 Commenti per “La protesta corre in rete, dove arriverà?”

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