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Wikileaks. Dai muckrakers alla macchina del fango

di Fabio Germani

Ci sono una serie di relazioni che legano vicende temporalmente tanto distanti tra loro, eppure così simili. Julian Assange, in definitiva, non ha inventato niente di nuovo. Prima di lui ci fu Lincoln Steffens, ad esempio.
In molti hanno paragonato i cables di Wikileaks ai Pentagon Papers del 1971, quando il New York Times iniziò a pubblicare degli stralci di uno studio condotto alcuni anni prima e ordinato dal segretario alla Difesa, Robert McNamara. I Papers erano una ricostruzione storica di circa tremila pagine sul coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam da cui emersero le menzogne sullo stato delle operazioni militari e gli omicidi di massa compiuti nelle aree del conflitto. Il 13 giugno del 1971 il giornale americano divulgò gli estratti di quei documenti dopo averli ottenuti in maniera non proprio legale da Daniel Ellsberg, un funzionario che aveva partecipato alla realizzazione dello studio. L’amministrazione Nixon le provò tutte pur di impedire al quotidiano di rendere note informazioni strettamente riservate, anche attraverso le vie legali. Ma la Corte suprema diede al New York Times il nulla osta alla pubblicazione. Tralasciando lambiccamenti vari, su T-mag vogliamo tentare un percorso ancora più a ritroso.
Agli inizi del ‘900 si sviluppò, sempre negli Stati Uniti, un movimento definito spregiativamente “muckrakers” (“rastrellatori di letame”) dall’allora presidente Theodore Roosvelt. I muckrakers erano giornalisti dediti alla ricerca della verità documentata allo scopo di evidenziare gli abusi di politici corrotti o di esponenti dell’alta finanza. La stampa muckraker, attraverso le sue rivelazioni, riuscì ad ottenere una serie di riforme sociali, normative antitrust o leggi sul lavoro minorile. Steffens e compagni, come adesso Assange e i suoi collaboratori, misero a nudo i Re.
Certo, si può obiettare sulle modalità che accomunano i dispacci diffusi da Wikileaks molto più ai Pentagon Papers che non alle pratiche dei muckrakers. Ma molti studiosi hanno sostenuto come quello muckraker sia stato piuttosto “un movimento della classe media che intendeva riformare la macchina amministrativa”, ovvero “un tentativo di ristrutturare il campo del potere negli Stati Uniti” (Fabrizio Tonello, Il giornalismo americano). Wikileaks pare muoversi nella medesima direzione, ma lo fa con i metodi dettati dai tempi e su larga scala. Assange, insomma, come una sorta di muckraker 2.0 che spazia in un ambito glocal cercando di “rastrellare il letame” dei rapporti internazionali.
Gli ingredienti sembrano esserci tutti. Da un lato le istituzioni offese sostengono che “l’undici settembre della diplomazia” (copyright Frattini) abbia al massimo partorito un topolino e dall’altro cercano di ostacolare la divulgazione di confessioni che, secondo gli ideatori di Wikileaks, invocano maggiore trasparenza. Assange è attualmente impelagato in due procedimenti legali. Nel Regno Unito, sulla richiesta di estradizione in Svezia. E in Svezia per l’appunto, sull’accusa di stupro da parte di due donne. Ce ne sarebbe anche un terzo negli Stati Uniti (l’unico relativo all’attività online della sua organizzazione), dove è allo studio del Dipartimento alla Giustizia un’incriminazione per diffusione di rivelazioni segrete. Nel frattempo, però, Wikileaks prosegue imperterrita. Mentre scriviamo, infatti, L’espresso sta pubblicando diversi cablogrammi, molti dei quali non troppo lusinghieri nei confronti dell’Italia (e in particolar modo del governo), inviati dall’ambasciata Usa a Washington.

 

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