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Cosa davvero invidiamo agli americani

LA COESIONE SOCIALE CHE CI MANCA
di Paolo Naso

Temporaneamente negli Stati Uniti, ogni mattina percorro a piedi un breve tratto di strada che separa casa mia dal college nel quale insegno. e mi colpisce leggere gli adesivi che gli americani amano appiccicare sulle loro automobili. Ci sono gli scontati “Jesus loves you” -sono nel cuore della Bible belt del Sud degli Usa- e le insegne della squadra del cuore o del college frequentato in gioventù. Meno prevedibili, e per noi italiani assai meno comprensibili, sono gli adesivi esplicitamente politici: in Italia non ho mai visto un’auto con il contrassegno “Io ho votato Prodi” o, all’opposto, “Io sto con Berlusconi”. Al più qualche sole padano. Nelle poche centinaia di metri che percorro ogni mattina, invece, non si contano gli ormai sbiaditi “Yes we can” obamiani e gli antagonisti “I vote McCain – Palin”: evidentemente nessuno teme un graffio sulla carrozzeria e ci tiene a far sapere forte e chiaro come la pensa politicamente. In questo percorso, gli adesivi più curiosi che mi è capitato di leggere sono “Peace is patriotic”, con una bandiera americana che al posto delle stelle ha delle colombe e, pochi metri dopo, “An armed man is a citizen, an unarmed man is a subject” -un uomo armato è un cittadino, un uomo sen’zarmi è un suddito. Due visioni politiche e culturali opposte: da una parte la forza della nonviolenza e del pacifismo, pensando a Henry Thoureau, Ralph Waldo Emerson e Martin Luther King; dall’altra l’America dura e muscolare della ‘frontiera’, John Wayne e Ronald Reagan, i teocons e Sarah Palin. Due americhe diverse e lontane, conflittuali tra loro eppure capaci di vivere insieme. Dico con chiarezza che una mi piace e l’altra no, ma non è questo il punto. Il dato culturale che il piccolo episodio richiama è la ‘civiltà’ del confronto e persino dello scontro politico. ‘Civility’, parola chiave del vocabolario politico nordamericano al quale un noto giurista di Yale, Stephen Carter, anni fa ha dedicato un piccolo e prezioso saggio, ‘Civility: Manners, Morals, and the Etiquette of Democracy’. Il fondamento di questa preziosa virtù civica è, alla lontana, la modernissima e rivoluzionaria idea puritana che tutti gli uomini sono uguali di fronte a Dio, al di là di ciò che pensano, del loro potere e della loro ricchezza. A questo assunto preliminare si aggiungono alcune norme fondamentali per il buon governo di una società diversificata e complessa: in democrazia tutte le nostre azioni devono rispettare un parametro di moralità; l’autodisciplina è un elemento essenziale per resistere alle tentazioni del potere connesso con l’azione politica; l’adesione a questi standard etici e morali è il fondamento della coesione sociale; questa ‘civiltà’ nel confronto politico sono il fondamento e la condizione di ogni vera democrazia.

Tra gli Usa e l’Italia c’è un oceano di mezzo ed ogni paragone è azzardato. Tuttavia è strano che gli italiani e la loro classe politica guardino all’America a corrente alternata e, soprattutto, spizzicando qua e là alla ricerca di una improbabile legittimazione delle proprie tesi.
Lo scontro istituzionale che l’Italia sta vivendo in queste settimane, negli Usa non avrebbe cittadinanza: la dinamica politica degli Usa non è meno aspra rispetto alla vecchia Europa ma la ‘civility’ d’oltreoceano impone alcune norme etiche, morali e politiche che definiscono il recinto, le norme ed il contenuto dello scontro: si attaccano le decisioni di Obama ma non la funzione del Presidente; si criticano le sentenze della Corte suprema ma non il suo ruolo; si discute dei limiti del governo federale ma non si boicotta il 4 luglio. Questo fa degli Usa una nazione divisa nelle politiche ma unita nelle istituzioni, contrapposta nelle scelte ma compatta nella sua identità e nei suoi principi. Negli stessi anni in cui l’Italia si univa, gli Stati uniti vivevano una guerra civile lacerante e sanguinosa che ha lasciato tracce pesanti ma non ha minato l’idea di una repubblica “indivisibile”, come recita il giuramento alla bandiera che ancora oggi milioni di studenti ripetono prima di entrare in classe.

Mentre l’America si spaccava l’Italia si univa ma oggi in molti faticano a trovare le ragioni di quel processo che, almeno sotto il profilo istituzionale, si compiva 150 anni fa. E per questo il nostro paese è incerto, lacerato e rissoso persino ai più alti livelli istituzionali: perché al fondo si chiede che cosa lo tenga unito. La risposta non è facile ma un po’ di ‘civility’ potrebbe aiutare a costruirla nel cuore e nella coscienza degli italiani.

Per gentile concessione de L’Indro

 

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