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La geometria variabile dell’Unione

IL PILASTRO COMUNITARIO CHE NON C'E'
di Fabio Germani

Diciamolo francamente: dall’Unione europea erano auspicabili posizioni più tempestive (nonché energiche) nei confronti dei leader politici che stanno fronteggiando in queste ore le ondate di protesta del Maghreb.

Le crisi degli ultimi anni, al di là della loro matrice, non a caso finiscono per dimostrare la geometria variabile dell’Ue. Se è vero che nell’ambito del cosiddetto “pilastro comunitario” (mercato interno, politica agricola comune, trasporti) l’Europa ha raggiunto obiettivi condivisi, altrettanto non si può affermare per ciò che riguarda la politica estera.

Già la crisi economica mondiale aveva evidenziato le divisioni all’interno dell’Unione con i Paesi membri impegnati a salvaguardare il proprio orticello nonostante la moneta unica, salvo poi varare misure in extremis onde evitare il tracollo di alcuni partners. Ma temi come i flussi migratori, che rientrano nella sfera degli affari esteri, sono da sempre motivo di scontro tra i Ventisette. Un problema, quest’ultimo, che torna di assoluta attualità considerate le potenziali ondate migratorie che dalla Libia potrebbero raggiungere Paesi quali Italia, Spagna, Francia, Grecia, Cipro e Malta. L’Europa ha già fatto sapere che non è sua intenzione finanziare la possibile emergenza, né distribuire su tutto il territorio gli ingressi dei profughi.

A destare una certa preoccupazione, inoltre, è la mancanza di coesione rispetto ai focolai di questi mesi. Si è dovuto tribolare non poco, infatti, prima di assistere ad una posizione univoca. Prendiamo a mo’ di esempio la crisi egiziana. Il 30 gennaio David Cameron, Angela Merkel e Nicolas Sarkozy hanno diramato una nota congiunta, un’esortazione all’ormai dimissionario presidente Mubarak ad “evitare a tutti i costi il ricorso alla violenza contro civili disarmati”. Cameron poi – si apprendeva in quelle ore – chiamò Mubarak sollecitandolo a sviluppare una legittimità democratica, approvare in tempi brevi le riforme politiche e nominare un nuovo esecutivo. Nei giorni precedenti anche il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, aveva detto la sua: “Speriamo che il presidente Mubarak continui, come ha sempre fatto, a governare il suo paese con saggezza e con lungimiranza: il mondo considera l’Egitto un punto di riferimento per il processo di pace che non può venire meno”. Soltanto il 31 gennaio l’Alto rappresentante per la Politica estera e di sicurezza comune (Pesc) dell’Unione europea, Catherine Ashton, ha dichiarato che i Ventisette avrebbero sostenuto la transizione democratica dell’Egitto, ribadendo la linea Cameron-Merkel-Sarkozy riguardo il rispetto dei diritti umani.

Il ritardo dialettico e diplomatico si è riproposto durante le proteste libiche. Alla mattina – il 21 febbraio – il ministro Frattini si era detto favorevole a una non ingerenza dell’Europa, alla sera il Consiglio affari esteri condannava “la repressione in corso contro i manifestanti in Libia”, deplorando “la violenza e la morte di civili” ed esortando “la fine immediata dell’uso della forza”. In aggiunta veniva proposto dall’Ue che “alle legittime aspirazioni e le richieste del popolo si risponda attraverso un dialogo guidato dai libici aperto, inclusivo, significativo e nazionale, che porti ad un futuro costruttivo per il Paese e per il popolo”.

Peccato, tuttavia, che la Libia sia in preda ai disordini già da diversi giorni. E che i morti si contino a decine.

 

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