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Il nuovo ruolo della città

ORIZZONTI URBANI | di Andrea Ferraretto
di Andrea Ferraretto

Le città sono i luoghi dove è maggiore il cambiamento: le città crescono, accolgono nuove attività economiche, divengono luoghi di consumo e di produzione. A livello mondiale la popolazione delle aree urbane ha superato la parte restante: questo dato può servire a comprendere come il ruolo di chi pianifica, programma e gestisce le città sia un compito sempre più complesso, non solo per stabilire quanto far crescere le città ma per la qualità dello sviluppo che può risultare da questo processo . Una sfida anche per la politica che deve essere in grado di governare il cambiamento, pensando alle città come luoghi dove vivere, lavorare, studiare, viaggiare: la dimensione ambientale non può più rappresentare quindi un accessorio, un elemento puramente estetico, ma diventare il punto di forza per far sì che le aree urbane siano capaci di sperimentare e innovare seguendo i principi della sostenibilità ambientale.

Questo orizzonte se rapportato all’Italia e, in particolare, alle grandi aree urbane come Roma, Milano, Napoli , sembra scontrarsi con l’inadeguatezza della politica e degli strumenti di governo delle città e del territorio: le città continuano a espandersi senza seguire un disegno coerente ma, soprattutto, non si tiene conto di come guidare la crescita, di come rendere le città luoghi vivibili e non agglomerati di cemento e asfalto, rettangoli grigi senza alcun elemento di qualità. Se la crescita urbana si traduce solo nella costruzione di nuovi quartieri, senza reti di trasporto, senza servizi sociali, senza luoghi di incontro e di svago il risultato non può che essere un prodotto di ulteriore degrado e abbandono: laddove i costi del degrado sono lasciati in carico ai cittadini senza che i Comuni siano in grado, privi come sono di risorse, di intervenire per urbanizzare i quartieri. L’indicatore da considerare non può essere soltanto il volume, quanti metri cubi vengono costruiti: occorre considerare come accanto agli edifici debbano esserci strutture, servizi, reti, essenziali per valutare complessivamente lo sviluppo di un’area: le variabili ambientali sono una discriminante nel comprendere quanto la città sia in grado di accogliere, includere. Le stesse variabili sono essenziali per leggere l’evoluzione della città, per capire se il cambiamento è subìto o guidato e quanto lo sviluppo urbano sia una condizione fondamentale per rafforzare e accrescere il capitale sociale. Prendiamo, come riferimento, tre variabili legate alla crescita delle città e al rapporto con l’ambiente: la mobilità, l’energia e i rifiuti, tre elementi che caratterizzano pesantemente il quadro attuale delle condizioni di vita nelle aree urbane italiane. Tre problemi che non sono stati affrontati con competenza e capacità e sempre più spesso si trasformano in emergenze: come se non esistesse una correlazione tra crescita urbana e impatto sull’ambiente.

La trasformazione urbana, la crescita di nuovi quartieri non ha seguito, di pari passo, l’esigenza di prevedere la localizzazione di servizi, spazi comuni, sistemi di trasporto collettivo: spesso vivere in una zona della città ha come conseguenza inevitabile l’utilizzo dell’auto, tutto è ricondotto a una scelta individuale legata alla possibilità di consumare legato all’auto come elemento imprescindibile. Un rapporto così stretto da far diventare l’emergenza da inquinamento atmosferico, la persistenza di PM10 e altre sostanze nocive, un fattore incontrollabile, un costo da pagare per continuare a vivere nelle aree metropolitane. Ormai i provvedimenti di blocco del traffico per ridurre le concentrazioni di inquinanti sono una consuetudine, qualcosa da poter prevedere nei calendari. Di trasporto pubblico, di intermodalità, di riorganizzazione degli spazi urbani con la localizzazione delle strutture di servizio (scuole, uffici pubblici, aree commerciali, luoghi di svago e ricreazione), di reti intelligenti e digitali, non se ne parla o se ne parla in termini di scarsità delle risorse disponibili e di incapacità di prevedere una città più efficiente e sostenibile. Un’area pedonale, un parco giochi, una pista ciclabile, sono visti come aspetti marginali, un lusso che non può essere permesso in città sempre più congestionate e caotiche: aree dove i problemi di convivenza, di coesione sociale, di integrazione, sono trascurati e considerati conseguenze inevitabili.

Anche la sicurezza diventa un “prodotto”, da valutare con costi economici direttamente proporzionali al livello di degrado e sulla “domanda” di sicurezza si può giocare in termini di acquisizione del consenso ma sempre in termini “difensivi” e mai con soluzioni orientate alla qualità degli spazi urbani. Di pari passo lo sviluppo urbano non è messo in correlazione alla produzione di rifiuti e alla necessità di gestire e smaltire quantità crescenti di rifiuti: le città crescono, incrementano il numero di persone che vi abitano ma la raccolta dei rifiuti continua a essere un’attività svolta in maniera tradizionale, cassonetti stradali, camion, discarica. Quando la discarica c’è. Altrimenti ecco l’emergenza ed ecco il collasso di un sistema urbano cresciuto senza pianificazione. Pochissimo viene fatto per ridurre la produzione di rifiuti, quasi nulla per incentivare il recupero e il riciclaggio: eppure gestire i rifiuti rappresenta da un lato un costo per i Comuni e per i cittadini dall’altro potrebbe rappresentare un’opportunità per non continuare a devastare il territorio con discariche che si trasformano in colline. L’indicatore che serve a stabilire le politiche è solo la percentuale di raccolta differenziata ma non viene considerato come gestire i rifiuti raccolti con la differenziata: manca la programmazione di impianti capaci di trattare e avviare al riciclo i materiali raccolti. Si incrementa la raccolta ma poi mancano gli impianti di compostaggio e, soprattutto, manca la capacità di inserire nel ciclo produttivo le diverse componenti di materiali ottenuti dalla differenzazione: vetro, carta, metallo e plastica diventano a loro volta problemi da affrontare con ingenti costi di trasporto e smaltimento.

L’energia è l’aspetto più trascurato nella pianificazione urbanistica: non si realizzano edifici a basso consumo energetico e non si considera l’impatto delle aree urbane in termini di emissioni di CO2 e di fabbisogno energetico. L’utilizzo di fonti rinnovabili e l’integrazione con le forme del costruito sono ancora a uno stato primordiale con un approccio di tipo volontario a intervenire sulla riconversione energetica degli edifici. In questo caso si tratta della necessità di comprendere quanto sia fondamentale la scelta energetica nell’opportunità di ridisegnare il profilo urbano, intervenendo nel recupero degli edifici e dei quartieri, ricreando aree di contatto tra ambiente e città, realizzando circuiti virtuosi capaci di agire sul rapporto consumo vs sviluppo. La certificazione degli edifici, la realizzazione di quartieri a “emissioni zero”, la micro co-generazione, sono ancora nel libro dei sogni: ciò che in altri paesi europei è normale in Italia continua a essere considerato alla stregua della fantascienza, qualcosa di cui discutere in convegni e dibattiti ma difficilmente trasferibile nella realtà delle nostre città.

Questi tre esempi possono servire a comprendere l’inadeguatezza della politica alle sfide imposte dal cambiamento e dalla crescita delle aree urbane: se il processo di sviluppo viene visto soltanto come una conseguenza delle scelte di mercato dove le previsioni di piani e programmi devono sottostare alla vecchia logica della rendita fondiaria e del settore immobiliare è ben difficile che si innesti un processo innovativo, capace di far diventare le città luoghi di reale sviluppo. In tutti e tre i casi il risultato è univoco: i ritardi e l’assenza di programmazione sono costi che rappresentano un aggravio per i cittadini. Una forma di tassazione occulta dove i servizi carenti o inesistenti vengono fatti pagare ai cittadini sottoforma di congestione, degrado, scarsa qualità della vita. Soprattutto viene meno la funzione della politica di fissare gli indirizzi e gli obiettivi: tutta l’azione di governo, a ogni livello, è concentrata nel breve periodo, nella sciagurata coincidenza con il ciclo elettorale. Nel frattempo il mondo cambia, la competizione a livello globale si gioca anche sul piano della capacità delle città di attrarre investimenti e creare occupazione, innovando e diventando luoghi dove lo sviluppo economico si lega sempre più con l’incremento del capitale sociale.

 

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