I primi 150 anni di un’unità fondata sul dissenso | T-Mag | il magazine di Tecnè

I primi 150 anni di un’unità fondata sul dissenso

CELEBRAZIONI | di Francesco Nardi
di Francesco Nardi

Gli sforzi del Presidente Napolitano di pacificare almeno simbolicamente il Paese con la celebrazione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia difficilmente avranno gli effetti sperati.
Con la decisiva complicità della Lega la ricorrenza è affogata in un mare di polemiche che forse – se possibile – hanno generato un’atmosfera ancora più tesa. La rievocazione simbolica della Nazione, che ha in sé comunque tanto di formale quanto di sostanziale, è riuscita a sovvertire la percezione dell’anniversario a livelli inimmaginabili. A chi coltiva, più o meno segretamente, il sogno della secessione non deve esser parso vero di avere a disposizione un’occasione tanto ghiotta per aizzare quel sentimento di insoddisfazione generale che per diversi motivi è finito spesso per esprimersi in manifestazioni improvvide. Dalla crisi del consenso, via degenerando, è germogliato un nuovo consenso, che forse può addirittura definirsi dissenso organizzato. Ed è appunto quel combinato di sovversione e reazionismo che si è sedimentato per anni fino a esprimersi oggi con tanta energia e seguito proporzionato.

La crisi dei simboli di cui abbiamo parlato qualche settimana fa, non riguarda dunque solo tutte le possibili declinazioni dell’idea dello Stato: quella comunista, socialista, liberale o comunista. In predicato è qualcosa di rango superiore, ovvero l’idea stessa dello Stato, a prescindere dalle possibili ricette con le quali questa può esser condita.

Si fa spesso l’errore di credere di essere entrati nella modernità, e che questo significhi essersi lasciati alle spalle le precarietà sociali e quindi istituzionali del passato. La celebrazione del 150° anniversario dell’unità poteva quindi al più rappresentare un richiamo all’allerta, piuttosto che la festa di un saldo positivo con la storia.
Le polemiche cui abbiamo accennato non si sono infatti svolte solo in televisione, tra i principali interpreti del pensiero collettivo, cioè i nostri rappresentanti politici. Forse più significativo è stato il dibattito muto che pure si può leggere tra l’Italia che ha festeggiato e quella che invece non ha capito, attonita e distratta, il vero senso della celebrazione.

Si badi, però, che quanto è avvenuto adesso non ha nulla a che vedere con quanto ogni anno avviene a ridosso del 25 aprile, quando politici ed editorialisti ripropongono la medesima predica sulla paternità controversa della Liberazione o la dissimulata indifferenza nei confronti di quella data tanto evocativa.
In questa occasione è accaduto qualcosa di molto diverso: non si è dibattuto dei come e dei perché (anche perché si è scoperto che in pochi sapevano precisamente di cosa si parlava), più che altro il dibattito che si è sviluppato è riuscito a trasmettere solo una grande manifestazione di insofferenza reciproca: tra parti politiche, tra regioni d’Italia e tra classi sociali. Un’insofferenza che dice tante cose, e forse non tutte pessime, ma che di certo non pronuncia “unità” secondo alcuna delle accezioni possibili del termine.

In definitiva il Presidente Napolitano ha avuto uno straordinario merito del quale qui presupponiamo sia totalmente consapevole: tanta importanza al ricordo di questo anniversario dell’unità era doverosa e importante, perché è stata una prova utilissima a dimostrare quanto poca di quell’unità c’è mai stata e c’è oggi.
Ed era assolutamente urgente dirlo chiaro. Così, al netto della retorica e di quanto il cerimoniale ha fin qui preteso, ci sembra che almeno questo, in qualche misura, sia stato fatto.

 

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