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La separazione delle polemiche non funziona

LE RIFORME CHE ALFANO NON RIESCE A SPIEGARE

Il ministro Alfano ha fatto una proposta particolare che secondo buon senso deve essere necessariamente accolta. Lo esige l’enorme caos che regna in tema di riforme nel nostro Paese, in particolar modo a proposito della giustizia. Il ministro della Giustizia chiede dunque, con un gioco di parole effettivamente efficace, una “separazione delle polemiche” in base alla quale da un lato andrebbero catalogate quelle “sulle leggi più o meno condivise” e dall’altro quelle che insistono sull’annunciata riforma costituzionale, “che non è ispirata dal livore, ma dal bene nei confronti dei cittadini”.
E’ una proposta che denuncia un difetto di comunicazione evidente e che altrettanto evidentemente contiene un altro difetto dello stesso tipo. Il ministro intende denunciare quanto poco sia chiaro il contenuto, l’opportunità e forse anche la potenziale condivisibilità della riforma costituzionale della giustizia che promuove, e quindi chiede che la si legga e valuti per ciò che è nella sostanza, a prescindere da condizionamenti di parte e presunzioni partigiane. Allo stesso modo però si nota come nel tentativo del ministro di separare le polemiche questi le distingua tra quelle rivolte a “leggi più o meno condivise” e quelle che insistono su una riforma che – invece? – “non è ispirata dal livore, ma dal bene nei confronti dei cittadini”, quasi le prime leggi, quelle “più o meno condivise” fossero ispirate da altro.
Il difetto di comunicazione s’annida in questa proposta come il peccato originale nell’uomo: prescinde i tempi e le intenzioni, esula i meriti e le competenze, e rimane condannato senza speranza di grazia nei più inconcludenti vortici di polemiche che si possano immaginare.
Polemiche che dunque si possono anche separare, come desidera il ministro, ma che pure non possono poi non ricomporsi in un’analisi complessiva di quanto ai cittadini e dato di decifrare e provare a comprendere.
Un certo numero di sondaggi hanno confortato il ministro circa la sua ferma convinzione che la riforma sia più condivisa di quanto in realtà traspare dalle cronache politiche e parlamentari. Gli stessi istituti di ricerca hanno però anche rilevato una certa condivisione dei motivi che inducono questo governo a varare la riforma. Dati che insomma assolvono il merito e ne condannano. Un caso che non si può negare sia paradossale, perché normalmente ci si dovrebbe attendere uno scenario in cui i cittadini approvano le buone intenzioni dei governi riservandosi poi di criticare il modo in cui si traducono in pratica quelle stesse intenzioni.
Di conseguenza, se è doveroso accogliere l’invito del ministro a separare le polemiche, e quindi a valutare serenamente nel merito tanto le leggine “più o meno condivise” quanto la riforma costituzionale della giustizia, altrettanto si dovrà invitare il ministro a ricomporre il quadro generale riassumendo tutto quanto vi si vede.
Il timore è che le polemiche, separandosi, perdano quel qualcosa di sé che le giustifica e che contemporaneamente vengano meno anche le ragioni per cui le si possono definire faziose o partigiane. Così confuse determinano il caos, è vero, ma una volta scremate, analizzate e ricomposte disegnano un ordine insensato con il quale è difficilissimo fare i conti senza parlare di conflitto d’interessi e di leggi ad personam, ovvero senza tornare alle polemiche che si erano trovate in premessa. Insomma, ci abbiamo provato, ma non funziona.
 

 

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