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Tra mezzi e bisogni: l’essenza dei problemi

MAGGIORI DIRITTI CREANO MIGLIORI ATTORI ECONOMICI | di Carlo Buttaroni
di Carlo Buttaroni

L’essenza dei problemi economici nasce dalla relazione tra i bisogni illimitati delle persone e i mezzi, al contrario, assai limitati con cui poterli soddisfare. La politica, nel momento in cui esercita il governo di una comunità, ha quindi, inevitabilmente, la necessità di definire una gerarchia di obiettivi al fine di operare scelte che tengano conto sia dei bisogni dei cittadini che delle risorse limitate a cui poter fare riferimento. E poiché sia la politica che l’economia deducono dai fatti e dai comportamenti degli individui le loro leggi e le loro teorie, non possono prescindere dai soggetti che compiono le scelte o sono agenti funzionali ai processi decisionali.
Tra i principali indicatori delle performance economiche c’è il PIL che, com’è noto, si riferisce al valore monetario dei beni e dei servizi finali prodotti in un anno (al lordo degli ammortamenti) all’interno di un determinato territorio. A lungo si è ritenuto che il PIL rappresentasse, oltre alla ricchezza prodotta da un Paese, anche il livello di sviluppo e di benessere della società nel suo complesso. Ma sotto questo punto di vista l’indicatore di riferimento della crescita economica si è rivelato inadeguato.
Con il termine sviluppo, infatti, si fa riferimento all’insieme di opportunità e garanzie che caratterizzano la crescita di una specifica realtà ed è evidente che la misura non può riferirsi esclusivamente alla ricchezza prodotta. E’ necessario, ad esempio, che essa sia associata a un’equa ridistribuzione dei redditi, poiché dove la disuguaglianza è molto alta, la produzione di ricchezza non riuscirà a innalzare il livello di qualità della vita della società nel suo complesso. La crescita economica da sola, cioè, non identifica il grado di possibilità che hanno gli individui di operare scelte coerenti ai propri interessi, né rende più certi ed esigibili i diritti.
Lo sviluppo, invece, deve essere misurato in termini di garanzie e di opportunità che si esprimono all’interno di un contesto territoriale, dove i cittadini possono maturare il loro potenziale e condurre esistenze produttive, secondo le loro necessità e i loro interessi.
In quest’ottica i diritti non sono il prodotto di un processo ma strumenti funzionali al raggiungimento di livelli di sviluppo più elevati, poiché è ormai chiaro che maggiori diritti umani rendono gli individui migliori attori economici.
Non è un caso che le comunità aperte sono oggi più forti delle società chiuse – indiscutibilmente più forti – e l’apparente incoerenza che viene dalle economie emergenti è il segno che queste ultime possono reggere una competizione economica che si è fatta più asciutta e dura solo pagando il prezzo di una compressione intollerabile dei diritti sociali e individuali.
Occorre, quindi, riconsiderare i parametri di valutazione dello sviluppo in un’ottica che tenga conto, in misura sempre maggiore, di indicatori di qualità sociale. L’attenzione dei decisori politici va spostata sui contenuti e sulle iniziative da attuare per migliorare, oltre i tassi di crescita economica, anche la qualità dello sviluppo e per fare ciò occorre rovesciare la logica che tende a considerare il “clima” e la dotazione di infrastrutture sociali come fattori ausiliari alla crescita di un territorio, avviando in tal senso un riequilibrio dei processi di governance, per creare le condizioni che possano favorire ed alimentare uno sviluppo di qualità.
E’ evidente però che per investire in sviluppo le leadership politiche devono uscire da una logica stringente che li porta a operare scelte capaci di generare un consenso da contabilizzare nell’immediato. O al massimo nell’ambito di un ciclo di vita che si articola nel corso di un mandato elettorale. Investire su uno sviluppo di qualità significa, invece, orientare le scelte su investimenti a più lungo termine, con cicli di vita che si dispongono su più anni, se non in decenni.
Costruire ponti e realizzare nodi ferroviari richiede tempo ed è costoso, mentre abbellire piazze e balconi è facile e subito rendicontabile. In termini di consenso è decisamente più conveniente finanziare iniziative diffuse ed estemporanee anziché progetti di ricerca finalizzati ad innestare quote di futuro nel territorio: meglio qualche rassegna fotografica o festival di bellezza. Il risultato, però, è che una parte del Paese sembra disporsi verso un orizzonte fatto di gerani e ciclamini invece che attrezzarsi per vincere le sfide della globalizzazione. Basti pensare che il patrimonio storico che dispone l’Italia, diffuso tanto al nord quanto al sud, è unico al mondo ma la recettività alberghiera è, in molti casi, tanto al nord quanto al sud, ancora quella balneare degli anni ’60; molti monumenti sono imprigionati da anni in tubi innocenti o ancora costretti in isole spartitraffico. Da noi l’alta velocità, rispetto ad altri grandi Paesi europei, è arrivata con il ritmo di una lumaca, realizzando qualcosa che sembra un eufemismo: tra Milano e Roma si viaggia che è una bellezza ma usare il termine “trasporto ferroviario” per descrivere i collegamenti tra alcune città è millantato credito. Per non parlare del pendolarismo che viaggia su treni dove la densità di popolazione per metro quadrato raggiunge coefficienti inimmaginabili e difficilmente conciliabili con il termine “civiltà”.
Non è, quindi, un caso se l’Italia occupa la nona posizione per PIL e precipita al ventitreesimo posto per quanto riguarda la competitività misurata in termini di sviluppo umano. Certo, molti territori si collocherebbero nella fascia alta. Non solo Milano e Bologna ma, più in basso nella graduatoria elaborata da Tecné, anche Genova, Pesaro e la stessa Roma, hanno un potenziale notevole che può esprimersi in uno sviluppo di qualità. Ma è il “sistema Italia” che appare incapace di evolversi. Ciò che emerge dall’indagine è proprio la differenza e le ineguaglianze tra le diverse aree del Paese che comprimono l’avviarsi di un processo virtuoso. Nessun territorio, per quanto avanzato, può pensare di chiudersi in uno splendido isolamento, perché il controllo dell’ultimo miglio tra locale e globale è materia dei sistemi in grado di costituirsi “nodi di rete”.
L’economista Albert Hirschman per raccontare i rischi delle ineguaglianze fa ricorso a una metafora che descrive, meglio di mille parole, ciò che intendiamo: la società è come un’autostrada a due corsie dove in una scorrono i ricchi e nell’altra i poveri; i poveri sono disposti a rimanere ordinatamente in fila solo se hanno la consapevolezza che abbastanza presto si rimetteranno in moto, anche se in quel momento sono fermi. Se sulla loro corsia il traffico, invece, rimarrà bloccato troppo a lungo – e le prospettive di ripartire a breve si affievoliranno – e prima o poi qualcuno sarà tentato di sorpassare le automobili che gli sono davanti, invadendo la corsia opposta, con il risultato che l’intera l’autostrada rimarrà bloccata. Ed è il rischio che in questo momento corre il nostro Paese.
 

 

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