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Stati Uniti. Barack Obama lancia la sfida per la rielezione

ELEZIONI USA 2012 | di Antonio Caputo
di Antonio Caputo

A soli cinque mesi dalle elezioni di mid term che hanno visto la sconfitta per i Democratici del presidente Obama, è già tempo di pensare alle nuove elezioni in programma nel 2012: in America il ciclo elettorale è continuo, dato che ogni due anni si rinnova la Camera, e un terzo del Senato, ed ogni quattro si elegge il presidente.
Il presidente uscente Obama, che ha da poco annunciato la sua ricandidatura in un videomessaggio web, si presenta potendo vantare la realizzazione di parte delle promesse elettorali: riforma sanitaria, che pure molto gli è costata in termini di consensi; ritiro quasi completo dall’Iraq; fine dell’unilateralismo in politica estera; espansione dei diritti civili, ovunque nel mondo, con l’incremento degli spazi di democrazia anche a costo di far saltare regimi autoritari pur filo americani. Ne ha però mancante altre: Guantanamo; green economy; Afghanistan; l’uscita dalla (peraltro ereditata) crisi economica.
Mentre alle opinioni pubbliche europee interessano di più, in generale per ogni presidente ed in particolare dopo l’unilateralismo di Bush, le scelte di politica estera, l’elettorato americano, viceversa, si concentra (salvo non percepisca immediati pericoli per il proprio Paese, es. la guerra fredda, o l’11 Settembre) su temi interni. In questa chiave vanno letti i risultati di mid term, con i Democratici che hanno pagato la crisi economica e l’impopolarità della riforma sanitaria. Difficile che ora, con un Congresso così a destra, Obama riesca ad attuare la parte mancante del suo programma. Cosa che, unita all’ampiezza della vittoria repubblicana in novembre, ha fatto ipotizzare, da parte di molti commentatori, uno scenario di assai probabile sconfitta per Obama tra un anno. Ma dal dopoguerra, non c’è stata elezione di mid term (tranne il 2002 -si era all’indomani dell’11 settembre-, e in parte il 1998) in cui non si siano verificate perdite più o meno rilevanti per il partito del Presidente, cosa che non ha impedito in molti casi allo stesso partito di conservare alle successive elezioni la Casa Bianca.
Per una serie di ragioni, pur ritenendo la sfida di Obama (i cui numeri nei sondaggi non sono buoni) una strada non certo in discesa, credo restino discrete le sue chances di vittoria. Intanto perché l’anno e mezzo che manca alle elezioni, in politica è un tempo infinito; poi perché saranno numerosi i fattori ad incidere sulla scelta degli elettori, dall’andamento dell’economia e soprattutto dell’occupazione, a modalità e contenuti della campagna elettorale, alla scelta del candidato repubblicano: un’equazione a troppe incognite per esporsi ora in previsioni. Per puntare alla rielezione, il primo passo è garantirsi anzitutto la nomination del proprio partito. Gioca a favore di Obama l’assenza di sfidanti per le primarie, buon segno dato che un presidente sfidato alle primarie normalmente è sintomo di sconfitta: vuol dire che già nel partito non c’è un vento a lui favorevole ed in tal caso, o ne prende atto ritirandosi (Truman, Johnson) o va con ogni probabilità, verso una sconfitta (Ford, Carter, Bush Padre). Viceversa, i presidenti uscenti che non hanno fronteggiato vere sfide alle primarie, si sono confermati (Eisenhower, Nixon, Reagan, Clinton, Bush).
Due battute sugli sfidanti repubblicani: ad ora i più forti sono l’ex governatore del Massachusetts, Romney, il cui punto di forza è costituito dalle ingenti risorse economiche, ma che ha il suo tallone d’Achille nella fede (è mormone); e l’ex governatore dell’Arkansas, Huckabee, che ha dalla sua il fattore religioso, con un forte seguito nel vasto mondo dei fedeli protestanti, ma che non può vantare molta disponibilità finanziaria, il che, in un Paese in cui il costo delle campagne elettorali è esorbitante, costituisce un serio fattore di debolezza. Sciagurata, invece, per i repubblicani, sarebbe la scelta di Sarah Palin, pasionaria del Tea Party, le cui posizioni estremiste le alienerebbero una gran fetta di elettorato moderato, garantendo così ad Obama una rielezione a valanga. In molti casi infatti, alle elezioni di mid term, scelte analoghe (estremisti dei Tea Party) hanno privato i repubblicani di un discreto numero di seggi che con candidati più moderati avrebbero con ogni probabilità conquistato, incrementando ulteriormente il loro bottino. Dalla soluzione di tutte queste incognite dipenderà, dunque, l’esito della corsa (ad oggi assai incerta) per la presidenza.

 

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