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Nuove patologie: riflessioni sull’anima post-moderna

PSICOLOGIA (2° PARTE) | di Italo Gionangeli
di Italo Gionangeli

Per capire appieno la patologia dell’epoca post-moderna bisogna definire le figure sintomatologiche con cui si manifesta. Ci occuperemo in particolare di ansia, angoscia, paura, panico.
L’ansia è una manifestazione che precede l’angoscia e rappresenta quella qualità dell’uomo a percepire che qualcosa sta per avvenire, qualcosa che non è ancora avvenuto ma che si staglia davanti a noi come un avvenimento possibile, risolvibile a cui possiamo assegnare un senso o perlomeno di questo siamo convinti; è la convinzione che ciò che sta per avvenire possa essere in qualche modo inscritto in un percorso di esperienze comprensibili, cosa che differenzia l’ansia dall’angoscia che invece è caratterizzata dall’inconoscibilità, dalla perdita di senso, e da inquietudine costante che porta allo smarrimento. Ed è proprio lo smarrimento, a mio avviso lo spartiacque tra ansia ed angoscia.
Lo stesso rapporto si configura tra paura e panico. La paura ha sempre un oggetto e rappresenta anche un meccanismo evolutivamente positivo, mentre quando si configura il panico è la perdita di orientamento che prevale e lascia l’individuo senza soluzioni. Un’altra caratteristica dell’esperienza post-moderna è la peculiarità della concezione del tempo. L’angoscia è un’angoscia di attesa. Si prevede il peggio, di cui si è già avuta una prima esperienza e che si teme possa riprodursi, e il sentimento di anticipazione di questo nuovo evento è sufficiente ad annullare ogni vivibilità del presente, che appare così schiacciato sul futuro. In breve il presente è un adesso illimitato, permeato dalla convinzione che ciò che ha dato inizio all’accesso d’angoscia si ripresenterà inevitabilmente con effetti simili, se non più devastanti. Si configura il collasso del presente sul futuro, l’impossibilità di pensare ad un futuro diverso dal sentimento che li pervade nel presente che condiziona ogni momento della loro vita senza possibilità di nessuna interruzione, di nessun vuoto, su cui si possa inserire un pensiero riflessivo e simbolico. Ed è proprio la capacità simbolica, intesa come quella qualità propria del genere umano che mette insieme (sym ballein) elementi psichici diversi, che permette all’individuo di dare un senso alla sofferenza psicologica esprimendolo sinteticamente in un sintomo che acquista così un valore comunicativo.

Partendo da queste premesse si possono confezionare degli spunti di discussione che propongo a partire dalla mia esperienza clinica e dalle mie riflessioni in proposito. La prima suggestione riguarda l’osservazione che ( in contrasto con quelle che sono le opinioni nella psichiatria cosiddetta biologica con il dsm ), nella pratica clinica, ci troviamo di fronte a poche espressioni sintomatiche su cui convergono una pluralità di condizioni di sofferenza e/o patologiche. Gli individui cioè “producono” pochi sintomi per significare una ampia varietà di stati interni che trovano la loro collocazione in comportamenti comuni e riconoscibili. Essi investono i loro sintomi di un valore simbolico originale ma lo espletano in una modalità comune che ne individua l’ambito per così dire sociale. Il sintomo cioè ha il duplice compito di simboleggiare sia l’aspetto intrapsichico che quello interpersonale, che diviene riconoscibile e pertanto comprensibile dall’Altro che può intraprendere una operazione di aiuto, che è un o degli scopi per cui il simbolo si produce. L’ansia, l’angoscia, la depressione, la paura, il panico, le dipendenze, le anoressie, le psicosomatosi, rappresentano la via finale verso cui convergono tutte le infinite varietà soggettive della sofferenza. La seconda suggestione trae direttamente origine dalla prima. Se il sintomo ha anche un valore sociale ne consegue che i movimenti della società e della cultura condizionano direttamente la formazione dei sintomi che acquistano un significato comunicativo specifico. Ci danno informazioni su quale è la ragione sociale della scelta di quel determinato sintomo. E’ come se il soggetto si trovasse a dover cercare, nelle varie fisionomie che la società gli presenta in quel determinato contesto ed in quella determinata epoca storica, quella forma sintomatica che più è adatta a rappresentare simbolicamente il suo stato interno. Ne deriva la terza suggestione. Ogni epoca storica ha le sue espressioni sintomatologiche prevalenti che esprimono in termini simbolici i sommovimenti e le caratteristiche quel momento. Così nello scorso secolo abbiamo visto come, da una condizione in cui era una sintomatologia ansiosa a prevalere, si è passati ad una fase successiva, che perdura, a mio avviso, tuttora in cui è l’angoscia a prevalere. E se noi assumiamo, come ho tentato di fare nel corso di questa relazione, che l’ansia è l’espressione di un conflitto nel quale non si sono persi i punti di riferimento in cui la partita si gioca nell’ambito del conosciuto della sensazione della risolvibilità per cui i sintomi che prevalevano erano di ordine nevrotico attualmente sembra prevalere una sintomatologia legata allo smarrimento alla perdita di punti di riferimento alla perdita di qualsiasi percorso che abbia un senso e pertanto una espressività di tipo psicotico la cui manifestazione principale è senz’altro l’angoscia. Si assiste cioè ad un passaggio da un meccanismo conflittuale ad una modalità di scissione.
Del resto abbiamo visto come anche all’interno degli stessi ambiti semantici ci sono delle differenze storiche. E’ il caso delle dipendenze e del significato che queste hanno acquisito nel tempo con il cambio delle sostanze e degli oggetti delle dipendenze con la apparizione di nuove forme sociali che hanno avuto di una valenza di variante su un tema che si è mantenuto costante per il suo significato intrapsichico. Abbiamo tentato di diversificare la simbologia della eroina, della cocaina delle droghe cosiddette leggere e degli allucinogeni inserendoli in un contesto di evoluzione delle forme che la società ha evidenziato begli ultimi tempi.

L’ultima suggestione che volevo proporre riguarda la particolare concezione del tempo che a mio avviso condizione in modo decisivo l’insorgenza delle forme moderne di sofferenza psichica. In un saggio di dal titolo “ la tirannide del presente”, E. Trapanese affermava :” nel tempo “presentificato” della tarda modernità, il ripiegamento su se stessi, sulla modernità esistenziale, sulla fruizione istantanea e sulle dimensioni meramente private della soggettività è un riflesso dell’obsolescenza dei progetti collettivi della prima modernità ed esprime il sempre più evidente scollamento tra l’individuo e le forze che plasmano incessantemente ed in modo del tutto autonomo il suo ambiente socio culturale e le sue possibilità esistenziali”. Tra un passato sempre più irriconoscibile ed un futuro incerto, insensato, e pieno di oscurità il soggetto moderno è costretto a viver un “adesso Illimitato” che lo costringe ad una continua rincorsa verso un qui ed ora che scopre inesistente e che lo lascia in uno stato di perenne ricerca di un qualcosa di inesistente e di invisibile. Incapacità di formare simboli e schiacciamento sul presente sono pertanto le due forme moderne della formazione dei sintomi.

 

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