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La crisi del sistema dei partiti: verso un nuovo 1992?

PARTITI E POLITICA | di Antonio Caputo
di Antonio Caputo

C’è uno schieramento (la maggioranza di centrodestra) che si spacca clamorosamente sulla politica estera (mettendo a rischio persino la tenuta del Governo: dove non poterono Fini e la Boccassini, poté Gheddafi) e sull’orlo di spaccarsi sulla politica economica (le critiche sempre più numerose a Tremonti, dalle insofferenze sempre vivo “partito della spesa”, ai pesante attacchi da parte del Giornale di Sallusti), e sul rimpasto di Governo (in questo caso sono i “Responsabili” a creare problemi), specchio di una corsa di fatto già partita per il dopo Berlusconi, corsa dove assistiamo a posizionamenti e rimescolamenti imprevisti, e che il Cavaliere fatica sempre più a contenere. Va a questo punto rilevato come, bypassato il problema Fini, le difficoltà per la compagine berlusconiana siano tutt’altro che superate.
C’è un altro schieramento (il Terzo Polo) che si divide sulla bioetica (UdC favorevole alla nuova legge sul fine vita; FLI contrario), e sulle alleanze alle amministrative (con FLI tentato –almeno nella sua componente più radicale, il che potrebbe portare alla definitiva scissione delle “colombe” Urso e Ronchi- di appoggiare i candidati del centrosinistra agli eventuali ballottaggi, Milano su tutti, ma con l’UdC assai più fredda, proprio su Milano), senza parlare del fatto che in numerose città già al primo turno il nascente schieramento centrista si presenta in ordine sparso.
E c’è il centrosinistra, che dalla politica estera, al testamento biologico (con gli ex popolari nel PD che votano contro le pregiudiziali di costituzionalità sul ddl presentate dal proprio partito) al dibattito interno, sta facendo riemergere crepe vistosissime che nelle ultime settimane sembravano smorzarsi. E’ di questi giorni l’intervista di Veltroni al Foglio, nella quale l’ex sindaco di Roma parla apertamente di verifica post voto amministrativo da aprirsi nel partito, come se preconizzasse un esito non favorevole, dando un’immagine disfattista di cui il partito non avrebbe certo bisogno, soprattutto nella fase più calda della campagna elettorale. E’ proprio il PD a dover capire cosa voler fare “da grande”, a cominciare dalla politica estera: le divisioni del ceto dirigente rispecchiano il travaglio degli elettori, e qui il partito di Bersani deve decidere se seguire il richiamo del proprio elettorato, votando contro l’intervento militare, cosa che lo riavvicinerebbe ai tradizionali alleati IdV e SEL (contrarissimi alla guerra), impedendo loro di cannibalizzare l’elettorato tradizionalmente pacifista della sinistra, ma che scaverebbe un profondo fossato verso il centro, il che rischierebbe di confinare il PD all’opposizione per tempi assai lunghi, per non parlare dell’irritazione che il no susciterebbe al Quirinale (e, cosa nient’affatto secondaria per un partito che aspira a tornare al Governo, negli ambienti internazionali). Il gioco tattico sulla mozione Libia (voto contrario, come auspicato da Bersani e Franceschini -ma non da D’Alema, Veltroni e Finocchiaro- che sommato a tutte le opposizioni e alla Lega, farebbe “saltare il banco”) non può però funzionare, dato che già il Terzo Polo (i cui voti in entrata più che compenserebbero quelli, eventualmente in uscita, della Lega) preannunciando il voto favorevole, garantirebbe il passaggio della mozione in Parlamento. Si aggiunga, inoltre, il caso Sicilia, con la segreteria nazionale che auspica la rottura col Governatore Lombardo, ma con quella regionale non intenzionata ad “obbedire”.
Le spaccature nella maggioranza, (col rapporto sempre più difficoltoso PdL – Lega) nell’opposizione (col PD incerto se andare a sinistra stringendo sempre più l’alleanza con IdV e SEL o verso il centro, anche a rischio di cedere quote significative di elettorato), e nel Terzo Polo, sono il segno di una difficoltà di tenuta delle coalizioni, il che potrebbe portare ad un implosione del sistema analoga a quella del 1992: non mancano infatti le analogie, dagli scandali giudiziari (anche se non certo paragonabili a quelli di 20 anni fa), alla profonda crisi economica, ma, soprattutto, alla disistima dell’opinione pubblica nei confronti della classe politica, vista sempre più come casta autoreferenziale, lontana dai problemi del Paese Se davvero ciò accadesse, potremmo assistere ad un rimescolamento senza precedenti del sistema politico e ad un cambio della legge elettorale: con le coalizioni che non tengono più, sarebbe impensabile mantenere in piedi lo schema del “Porcellum”, fatto da alleanze prestabilite, ma che alla prova dei fatti dimostrano di non reggere. Le prossime settimane ci diranno come evolverà la situazione.

 

1 Commento per “La crisi del sistema dei partiti: verso un nuovo 1992?”

  1. […] il quesito posto dall'ottimo Caputo (La crisi del sistema dei partiti: verso un nuovo 1992?) e rilancio con un paio di considerazioni. Innanzi tutto il riconoscimento del merito di aver […]

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