Verso un nuovo 1992? Dubbi su una crisi sistemica | T-Mag | il magazine di Tecnè

Verso un nuovo 1992? Dubbi su una crisi sistemica

PARTITI E POLITICA | di Paolo Vicchiarello
di Paolo Vicchiarello

Raccolgo il quesito posto dall’ottimo Caputo (La crisi del sistema dei partiti: verso un nuovo 1992?) e rilancio con un paio di considerazioni. Innanzi tutto il riconoscimento del merito di aver considerato buona parte del set di elementi contingenti, di natura socioeconomica, politica e giudiziaria che hanno investito il nostro paese agli inizi degli anni ’90. Tra questi però si tralascia un sostanziale fattore fondamentale per comprendere ancora meglio il crollo delle forme-partito tradizionali e la nascita, sulle ceneri di queste, di un nuovo ‘complesso’ partitico di alleanze (non sistema).
La disintegrazione dell’Unione Sovietica, il disfacimento del (non) monolite comunista nell’Europa dell’est ha segnato profondamente il Pci e di contrappasso la Dc (disintegratasi non solo per le vicende giudiziarie), nonché l’intero quadro politico estrosi fino ad allora su resistenti basi ideologiche. Certo, la disaffezione alla politica, gli scandali giudiziairi, lo smottamento economico hanno reso tutto ciò più concreto, culturalmente e politicamente meno friabile di tante altre crisi ‘a combinato disposto’ analoghe che si sono snocciolate nel corso della nostra storia.
Di fatto, però, il 1992 ha portato alla crisi dell’intero sistema politico (vuoi anche per ragioni anagrafiche: è sparita una intera generazione di politici) mentre quello dei partiti, o meglio delle alleanze, si è rimodulato (il bipolarismo, peraltro mai realizzato pienamente). Il sistema partitico, ovvero la struttura (il frame) in cui si muovono i partiti italiani, non crolla ma al massimo si evolve o deevolve a seconda del regime e in rari casi in base alla legge elettorale vigente (Chiaramonte e D’Alimonte hanno dimostrato come la riforma della legge elettorale del 1993 pur segnando un quadro tendenzialmente bipolare non riuscì a ridurre il numero di partiti raggiungendo, specie nel 2001, numeri da primissima repubblica). Non cambia quindi il “sistema” ma gli elementi che esso contiene, ovvero i singoli partiti, e la combinazione in cui gli stessi interagiscono, ovvero le alleanze e le coalizioni. É quindi la forma sistema che cambia.
Alla fine del 2007 i germogli del Pd e del Pdl sembravano doversi trasformare presto in due enormi, strutturati ed efficienti baobab. A distanza di tre anni il risultato è visibile sotto gli occhi di tutti. Il Pdl è sostanzialmente finito (o almeno lo è il progetto iniziale di un grande partito moderato di centrodestra), di fatto fuori gli ex aennini di ferro il Pdl è una Forza Italia un po’ più di destra (e per questo meno vicina anche agli industriali) e un po’ più opportunista di quella precedente.
Il Pd esiste, è vivo ma un bel po’ meno vegeto. D’altra parte la sua forza, ovvero le correnti, le fazioni, o che dir si voglia, il pluralismo interno, sono anche la sua debolezza. La sua salute dipende quindi non solo da chi lo guida ma anche dal contesto in cui l’agglomerato Pd si muove: provvedimenti spinosi sul piano etico-sociale, consociativismo parlamentare e, dulcis in fundo, la volontà da parte di D’Alema di far cadere o mantenere il segretario del momento. Ai due macroscopici agglomerati Pd e Pdl si aggiungono nuove forze politiche dalle nuove forme. Mi spiego: la forma partito si trasforma da nazional-popolare in local-federale (Lega), in nazionale strutturata (Idv) e nazionale destrutturata (Sel) – in entrambi i casi c’è un notevole gap tra il livello nazionale di rappresentanza e quello locale; in semivirtuale (Movimento 5 stelle) e infine, nello pseudo-agglomerato di contingenza (il Terzo Polo). Grande elemento che accomuna questi modelli è la figura del leader (il Terzo Polo ne ha addirittura 2 e mezzo) sulla cui figura si accentra tutto (compreso il simbolo del partito) anche questo è un prodotto della cosiddetta seconda repubblica.
La forma dei partiti continuerà a cambiare e con essa anche il ‘complesso’ delle coalizioni (senza crisi né implosioni di sistema, al massimo con l’esplosione di un bubbone moderato di centro) e, paradossalmente, dovremo registrare che dal 1992 ad oggi l’unico caso in cui davvero il sistema ha subito uno scossone, pur senza andare in crisi, è stato con il porcellum secondo atto, ovvero nel 2008, quando sparirono dalle aule parlamentari (e di fatto per quasi due anni anche dal territorio) i partiti della sinistra cosiddetta radicale.
D’altra parte con alleanze non prestabilite, ovvero con una legge elettorale che non favorisce le coalizioni ma solo i cartelli preelettorali, la battaglia si sposterebbe in via definitiva (come di fatto già oggi accade) dal piano elettorale a quello parlamentare offrendo soprattutto ai gruppi parlamentari, e ai singoli eletti, l’opportunità di essere loro i veri fautori della politica nostrana.
Probabilmente il vero bipolarismo, così come un qualsiasi altro sistema partitico definibile in termini pratici oltre che teorici non potrà esserci fintanto che non cambiano anche le regole del gioco parlamentare.

 

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