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Amministrative e referendum. Trend europeo?

QUANTO HA IN COMUNE L'ITALIA CON L'EUROPA | di Antonio Caputo
di Antonio Caputo

L’esito nettissimo dei referendum, a breve distanza di quello delle amministrative, pone a noi tutti una domanda: è in atto un trend politico-elettorale che accomuna il nostro Paese ad altri in Europa? E’ un quesito su cui rifletto dopo aver osservato i dati, sorprendenti, delle due tornate, amministrativa prima e referendaria poi che nell’arco di un mese hanno terremotato la maggioranza, e ridisegnato la fisionomia dell’opposizione, facendo tornare in auge una sinistra radicale che si è ripresa il suo ruolo dopo un lungo appannamento.

Non mi soffermo sul terremoto nella maggioranza: è pieno di articoli, analisi, interviste, etc., su giornali, tv, internet, da parte di gente ben più autorevole di me, che non credo serva aggiungere molto altro a quanto detto o scritto da costoro. Vale la pena, invece, soffermarmi su come le recenti tornate abbiano, come dicevo, ridisegnato la geografia dell’opposizione: alle amministrative prima ed ai referendum poi, nel centrosinistra il successo principale (pur senza intaccare la leadership del PD) è andato alle formazioni della sinistra radicale. E valga quanto sto per dire: i risultati più clamorosi sono stati i successi dei vendoliani Pisapia a Milano, e Zedda a Cagliari e il trionfo di De Magistris a Napoli; ancor più clamoroso forse l’esito referendario col raggiungimento del quorum, a 16 anni dall’ultima volta in cui ciò si verificò (anche se nel 2006, al referendum costituzionale, consultazione peraltro sprovvista di quorum, la maggioranza degli elettori andò a votare, travolgendo la riforma costituzionale approvata dal centrodestra). Inoltre, il trionfo dei SI è stato tale che addirittura la maggioranza assoluta degli elettori si è espressa per l’abrogazione delle 4 leggi oggetto dei quesiti, e ciò non accadeva dalla tornata referendaria del 1993, quando avvenne per 7 quesiti su 8 (tutti, meno quello sulla droga). Ed il merito principale di tali risultati va a mio giudizio ascritto alle forze della sinistra radicale, a DiPietro, a Grillo, ai comitati promotori. E’ però sbagliato, come ha fatto lo stesso Grillo, nel pomeriggio dello scrutinio dei referendum, annoverare tra gli sconfitti Bersani, perché fautore della liberalizzazione dei servizi pubblici locali, e non ostile, a suo tempo al nucleare: il segretario del PD, ha evidentemente cambiato idea sui temi in questione, prendendosi una bella responsabilità nello schierare e mobilitare attivamente il partito nella battaglia referendaria, non dando retta a chi gli consigliava di non esporsi, ond’evitare che un eventuale mancato raggiungimento del quorum potesse suonare come una sconfitta. Il quorum è stato raggiunto di slancio, Bersani si è mobilitato in tal senso ed ha vinto. Punto. Certo Grillo ha interesse a polemizzare col centrosinistra, dato che si contendono fasce di elettorato simili, ma deve dare atto che senza apporto del PD, difficilmente l’esito si sarebbe raggiunto. Non è stata però una battaglia partitica centrosinistra contro centrodestra: secondo i flussi, pubblicati da “Repubblica” il 39% dei leghisti e ben il 45% degli elettori del PdL sono andati a votare, segno di una trasversalità di temi, come acqua e nucleare, sui quali l’indicazione di partito ha contato fino ad un certo punto. E’ stato un voto che ha ribaltato, all’insegna di più pubblico e meno privato, l’agenda politica tradizionale, il che cambia anche la prospettiva sul ruolo dello Stato e del fisco (e qui mi allaccio all’attualità del dibattito politico sulla verifica di Governo): siamo sicuri che ai cittadini interessi ancora il “meno tasse per tutti”? Il voto referendario (ma anche amministrativo: i programmi di Pisapia e De Magistris prevedono una implementazione delle strutture pubbliche) potrebbe suggerire che sta cadendo uno dei (e forse il principale) tabù dell’era berlusconiana, quello, appunto delle tasse. Dinanzi ad una crisi epocale, che non accenna a concludersi, forse i cittadini sono disposti a pagare più tasse pur di sentirsi rassicurati da uno Stato, da un pubblico che (ovviamente) funzioni e li protegga. E qui mi riallaccio alla domanda iniziale: cosa c’entra tutto ciò con quanto sta avvenendo in Europa? Colgo un parallelismo con gli accadimenti di questo periodo in Italia, (amministrative e referendum) e in altri due grandi Paesi: il fenomeno degli indignati in Spagna, e il successo dei Verdi in Germania. Ciò che accomuna questi avvenimenti è l’impulso che parte dai giovani, su internet e nelle piazze, il suo andare oltre i partiti tradizionali, ed il suo indirizzarsi verso una sinistra radicale si, ma diversa rispetto a quella esistente fino a pochissimo tempo fa: non più quella, ormai in declino, di impronta marxista (in Spagna, la risalita di Izquierda Unida è stata limitata e parziale; in Germania, la Linke ha esaurito la sua spinta propulsiva) ma una ad impronta movimentista ed ambientalista, ed è questa, ritengo, la novità principale emersa, in Europa, non solo in Italia, in questa primavera 2011.

 

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