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Tutti vogliono tagliare i costi. Chi veramente?

La politica chiede sacrifici ai cittadini e si organizza per dare il buon esempio. O almeno così sembra...

Nella seconda metà di giugno il Corriere della Sera pubblicò una bozza di proposta di legge elaborata dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, volta ad eliminare, o al limite a contenere di molto, i costi della politica. In sette punti veniva tutto ridimensionato, dagli stipendi ai vitalizi, dalle auto blu ai voli di Stato. La manovra lacrime e sangue varata recentemente dal governo, in verità, contiene meno di quanto inizialmente previsto. O meglio, mentre ai cittadini si richiedono sacrifici sin da subito, ai parlamentari sono concessi i medesimi privilegi almeno fino al termine della legislatura. Poi si vedrà.
Tagliare i costi della politica è però divenuto un imperativo, o è ciò che sembra a leggere i roboanti annunci dei protagonisti. Non certo perché a dettare l’agenda sia il sedicente e smascherato Spider Truman, ma per una questione di principio. Il leitmotiv propinato in questi giorni suona più o meno così: anche la politica deve fare la sua parte, deve dare il buon esempio. La fase congiunturale che stiamo attraversando obbliga tutti a un ridimensionamento, insistono.
Camera e Senato godono di un’autonomia finanziaria e contabile. Tradotto in altre parole significa che i due rami del Parlamento decidono autonomamente l’ammontare delle risorse necessarie allo svolgimento delle loro funzioni. Ecco perciò che si organizzano e insieme valutano quali tagli poter applicare (giovedì, inoltre, si riunirà l’ufficio di presidenza della Camera per decidere nello specifico quelli di Montecitorio). Al Senato è stato invece costituito il Comitato per il risparmio e l’efficienza energetica (comitato che non avrà costi per il bilancio), teso al risparmio e all’alleggerimento della bolletta di Palazzo Madama, “rivolgendo particolare attenzione alla produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili”.
“Tagliare i costi della politica? A parole in questi giorni si stanno spendendo tutti, noi invece siamo passati ai fatti, mettendo nero su bianco una riforma costituzionale”, ha affermato euforico il ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli, firmatario della bozza presentata dal governo. La riforma dell’articolo 69, ad esempio, prevede che i parlamentari ricevano “un’indennità stabilita dalla legge, in misura corrispondente alla loro effettiva partecipazione ai lavori secondo le norme dei rispettivi regolamenti”. In aggiunta, il superamento del bicameralismo perfetto tramite l’istituzione del Senato federale, ha spiegato Calderoli, assicurerebbe “il dimezzamento del numero dei parlamentari e conseguentemente il dimezzamento dei costi dell’intera struttura parlamentare, perché dimezzando il numero dei parlamentari dimezzi anche il costo di stipendi, vitalizi, pensioni, collaboratori”. Anche il Pd, che intanto ha bocciato la bozza Calderoli perché non dà risposte immediate, sta muovendo i propri passi verso l’abbattimento dei costi della politica. Tra le proposte, quella di calcolare i vitalizi per i parlamentari con lo stesso sistema contributivo con cui vengono calcolate le pensioni Inps dei lavoratori.
La riduzione dei costi della politica è, sebbene ognuno tenti di accaparrarsi il merito per sé, richiesta da più parti. Quando chiedemmo a Giovanni Battista Pittaluga, preside della facoltà di Economia all’Università di Genova, quanto avrebbero inciso gli eventuali tagli, il professore, laconico, rispose: “Poco”. “Non è un problema di quantità – argomentò –, ma è evidente che sussiste una questione morale legata all’abuso di certi privilegi”.

 

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