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Italia declassata, il Pd al governo: “Dimissioni”

Standard & Poor's taglia il rating italiano. Marcegaglia: "Noi zimbello"

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La notizia è giunta a notte fonda: l’agenza Standard & Poor’s ha declassato il rating italiano da “A+” a “A”. Che il rischio fosse nell’aria, il sospetto c’era. Ma si temeva, in verità, il giudizio di Moody’s e non prima di un mese. Il problema, ha evidenziato l’agenzia di rating, è nella debole prospettiva di crescita del Paese e nelle difficoltà che il governo, composto da una “fragile coalizione”, ha nel fronteggiare la situazione. “A nostro parere – si legge nella nota di S&P – una crescita economica più debole probabilmente limiterà l’efficacia del programma di consolidamento del bilancio in Italia”. Ma Palazzo Chigi, in una nota ufficiale, ha fatto sapere repentinamente: “Il governo ha sempre ottenuto la fiducia dal Parlamento, dimostrando così la solidità della propria maggioranza. Le valutazioni di Standard & Poor’s sembrano dettate più dai retroscena dei quotidiani che dalla realtà delle cose e appaiono viziate da considerazioni politiche. Vale la pena di ricordare che l’Italia ha varato interventi che puntano al pareggio di bilancio nel 2013 e il governo sta predisponendo misure a favore della crescita, i cui frutti si vedranno nel breve-medio periodo”. La risposta dell’agenzia al governo non si è fatta attendere troppo: “I rating sovrani di Standard & Poor’s sono valutazioni apolitiche e prospettiche del rischio di credito fornite agli investitori”.

Insomma, ribadisce S&P, le considerazioni sul debito italiano non sono influenzate dai retroscena giornalistici. Una considerazione, del resto, che fa il paio con quanto sostenuto da alcune fonti del Tesoro secondo le quali, in fondo, siffatta decisione era “scontata” e “attesa”. Certo, le agenzie di rating non sono oracoli (lo ha fatto notare ad esempio il ministro per l’Attuazione del programma, Gianfranco Rotondi), ma neppure possono essere ignorate. “Serve stabilità, cioè un provvedimento per rilanciare l’economia e che dia impulso alle famiglie e alle imprese”, ha affermato non a caso il capogruppo del Carroccio alla Camera, Marco Reguzzoni.

Ma la posizione più netta, con ogni probabilità, è stata quella della presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia. “Non c’è più tempo: o il governo è in grado domani, o la prossima settimana, di mettere in piedi una serie di misure gravi, serie, popolari, bene. Sennò, non ho paura a dirlo, questo governo deve andare a casa”, ha detto la leader degli industriali parlando a Bologna. “L’Italia – ha inoltre chiosato – è un paese serio e siamo stufi di essere lo zimbello internazionale. Ci siamo resi disponibili ad accettare nuove tasse sui patrimoni e altre cose purché si abbassino le tasse su lavoratori e imprese per recuperare competitività e capacità di crescita”.

Naturalmente la notizia del declassamento ha avuto ripercussioni anche sul piano politico con le richieste di un passo indietro al governo da parte deii leader di Pd e Udc, Pier Luigi Bersani e Pier Ferdinando Casini. “Se c’è nella maggioranza qualche persona di buona volontà e responsabile, batta un colpo perché se si continua ad andare avanti così si pugnala il paese”, ha sostenuto Bersani. “Rivolgo un appello alle donne e agli uomini di buona volontà della maggioranza, perché evitino di aprire una pagina nera per l’Italia. Dobbiamo evitare lo spettro della Grecia perché altrimenti tutta la politica ne sarà travolta”, è stato invece l’appello di Casini a cui si è aggiunto Buttiglione il quale, rivolgendosi ai dirigenti del Pdl, ha domandato se “sapranno assumersi le loro responsabilità e magari dare un futuro al partito?”.

“Non si dica che si può andare avanti così fino al 2013 – ha poi insistito Bersani al termine della segreteria del Pd –, perché ogni volta che lo si dice scendiamo uno scalino nella credibilità internazionale. Ci stiamo avvitando – ha quindi aggiunto –, è una crisi finanziaria, del lavoro e politica che crea in modo galoppante sfiducia. Io credo che chi sta sottovalutando il momento si carichi di una responsabilità gravissima di cui dovrà rendere conto. Tutti i rinvii a una qualche aspirina che poi non arriva mai sono promesse senza fondamento. Non abbiamo prospettive di lavoro e abbiamo una conclamata difficoltà a tenere i servizi fondamentali. Il governo non è nelle condizioni di poter affrontare una situazione del genere. Oltre a chiedere l’accelerazione di un cambio politico – ha infine reso noto Bersani – stiamo lavorando ad un nostro progetto. Il 5 novembre abbiamo indetto una manifestazione che avrà elementi di protesta ma che presenterà anche una idea di futuro. A fine anno porteremo a termine l’elaborazione di un progetto”.

Il presidente dell’Abi Giuseppe Mussari, che nella mattinata di martedì ha incontrato i ministri Giulio Tremonti, Maurizio Sacconi e Roberto Calderoli, ha scongiurato un rischio di declassamento per le banche italiane nonostante la decisione di S&P. “È un rischio che non vedo – ha spiegato Mussari – anche perché molte banche hanno visto di recente confermati i propri rating. Gli istituti di credito italiani hanno dimostrato una solidità invidiabile, un’azione al servizio dell’economia reale e hanno fatto quello che si doveva fare in tema patrimoniale”.

 

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