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Stati Uniti. Da New York un segnale per Obama

di Antonio Caputo

Rientrando a casa la domenica dell’11 settembre, ho visto, nei Tg e nelle rassegne stampa, che alla cerimonia di commemorazione tenutasi a New York per i dieci anni dall’attentato alle Torri Gemelle, l’accoglienza per Bush era stata abbastanza calorosa a differenza di quella, gelida, riservata ad Obama e la cosa mi sembrava impossibile: due anni e mezzo fa, Bush lasciava la Casa Bianca con un tasso di popolarità bassissimo e ora riscuoteva più consensi di Obama, nella roccaforte democratica di New York.
Invece, il mercoledì successivo, dai risultati delle elezioni suppletive per un seggio alla Camera, la clamorosa conferma: il seggio in palio (n. 9, Sud/Ovest Queens & Sud/Est Brooklyn) viene espugnato dal repubblicano Robert Turner.
Di suo la notizia non avrebbe troppo del clamoroso, essendo, quello in questione, un seggio in cui, pur vincendo alle elezioni per la Camera dal 1922, i Democratici registrano un livello di consensi più basso del resto della città (ad esempio Obama, a fronte del 79% ottenuto in tutta New York, nel seggio in questione “si è fermato” al 55%); si aggiunga che si è arrivati alle elezioni suppletive perché il deputato uscente, Anthony Weiner, è stato costretto alle dimissioni in estate, per uno scandalo sessuale; considerata inoltre la crisi economica e le conseguenti difficoltà per Obama, la vittoria repubblicana ci poteva stare.
Tutto ciò concesso, c’è però qualcosa che rende particolarmente amara quest’elezione per i Democratici: il fatto che a vincere sia stato non un repubblicano moderato/progressista, come l’ex sindaco della Grande Mela, Giuliani, ma uno strenuo conservatore, quale appunto Turner; che la sua vittoria sia avvenuta contro David Weprin, ebreo ortodosso, in una zona in cui la componente ebraica rappresenta quasi il 40% dell’elettorato, e che, a dispetto della comune appartenenza religiosa, sono stati proprio gli ebrei a “tradire” Weprin, risultando decisivi per la vittoria repubblicana.
Ho avuto notizie personalmente e a più riprese della delusione verso Obama degli ebrei americani e newyorkesi in particolare, parlando con amici che vivono o hanno soggiornato di recente nella Grande Mela: lo “switch” di questa componente di elettorato pertanto, non mi ha sorpreso. Due le motivazioni che hanno spinto la componente ebraica tra le braccia di Turner: la prima, più scontata, che ha riguardato tutti (ortodossi e secolarizzati), l’atteggiamento dell’amministrazione Obama sulla questione mediorientale, considerato troppo poco filoisraeliano, rispetto, almeno, agli standard americani; la seconda, ben più sorprendente visti gli orientamenti progressisti dell’elettorato ebraico, che ha però riguardato i soli ebrei ortodossi, la questione del matrimonio omosessuale, (da due mesi in vigore nello Stato di New York) risultato particolarmente indigesto a questa fetta (gli ortodossi appunto) di elettorato, che ha voltato le spalle a Weprin, il quale si era detto, invece, favorevole. Vi è in ciò un elemento particolarmente preoccupante per i Democratici, soprattutto in vista delle elezioni del prossimo anno: gli ebrei di New York sono, da sempre, tra i gruppi più fedeli al partito dell’asino (almeno nelle elezioni di tipo politico), e il segnale più grave per Obama sono le sopra ricordate motivazioni del loro cambio di campo, altamente politiche. E’ notorio come i rapporti tra l’attuale amministrazione USA e il governo di Tel Aviv siano ormai da tempo piuttosto freddi, forse persino più che durante la presidenza Carter. E va ricordato come, proprio lo scontento degli ebrei verso Carter fu una delle cause (unitamente all’economia e agli scacchi subìti in politica estera, dall’Afghanistan al sequestro degli ostaggi a Teheran) della sua debacle nel 1980 negli Stati della East Coast, su tutti New York, New Jersey, e persino Massachusetts.
La questione gay, poi, è una bomba sotto la sedia per il partito di Obama: nel referendum, tenutosi in California contemporaneamente alle presidenziali 2008, decisivi per bocciare il matrimonio omosessuale risultarono le minoranze etniche (ispanici, ma soprattutto neri) che però votarono in massa Obama e i candidati democratici al Congresso. Ora, se ai latinos e agli afroamericani si aggiungono gli ebrei (sia pur solo ortodossi), per i Democratici diventa un problema con la P maiuscola, che potrebbe costringere lo schieramento obamiano a far marcia indietro sul tema gay, pena il rischio di ulteriori smottamenti elettorali che potrebbero, com’è stato mercoledì, trasformarsi in valanghe.

 

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