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Germania. Cosa dicono le elezioni regionali a Berlino

di Antonio Caputo

Domenica 18, col voto nella città-Stato di Berlino, si è chiuso un anno elettorale assai denso di appuntamenti in Germania, un anno nel quale sono andati al voto ben 7 (su 16) Lander.
Il tratto comune del voto nelle sette elezioni è stata la difficoltà per la maggioranza (nazionale) di centrodestra, con risultati negativi per la CDU della Cancelliera Merkel, ma soprattutto per i partner di Governo, i liberali della FDP, quasi ovunque relegati fuori dalle Assemblee regionali.
A sinistra, fine della corsa impetuosa per la Linke e risultati altalenanti in termini di voti per i Socialdemocratici, che sono però riusciti a sfruttare le difficoltà di CDU e FDP per insediarsi come forza di Governo in tutti e 7 i Lander al voto, anche nei 2 (Amburgo e Baden-Wurttenberg) dove prima erano all’opposizione; comune a tutte le elezioni anche l’avanzata, in certi casi davvero notevole, dei Verdi.
Anche il risultato di Domenica a Berlino ha sostanzialmente rispecchiato il trend nazionale: la SPD del Sindaco/Governatore uscente Klaus Wowereit, resta il primo partito, pur subendo una qualche limatura; la CDU all’opposizione guadagna un po’ di voti, ma senza riuscire ad incidere, restando sui livelli boccheggianti, attorno al 20%, come avviene da ormai 10 anni, segno di scarso amore da parte degli elettori della Capitale verso la formazione della Cancelliera; frenata della Linke, partner uscente dell’SPD, il cui calo la porta fuori dal Governo cittadino, dato che i numeri non permetterebbero all’amministrazione uscente “rossa-rossa” di confermare la maggioranza nell’Assemblea cittadina; Linke che verrebbe sostituita dai Verdi, in forte crescita a Berlino come in tutta la Germania; l’alleanza SPD-Verdi è d’altronde l’unica (a meno di un ricorso alla Gross Koalition, ipotesi esclusa da Wowereit, il quale andò al Governo dieci anni fa, proprio sganciando la SPD dall’alleanza con la CDU) ad avere una maggioranza nel Parlamentino della città-Stato. Tracollo dei Liberali, che scompaiono letteralmente dal panorama politico berlinese, passando, come fanno, dal 7,5 di cinque anni fa, all’odierno 2%. A sorpresa, infine, forte affermazione del “Partito dei Pirati”, al 9%, con un programma che potremmo definire di “sinistra libertaria”, da Internet libero, alla legalizzazione delle droghe leggere, dalla (sostanziale) abolizione del diritto d’autore, al controllo e alla trasparenza della classe politica. Il successo dei Pirati ha tolto voti alle forze della sinistra tradizionale (socialdemocratici e post-comunisti), sicuramente anche ai liberali, ed ha anche contribuito a frenare la crescita dei Verdi, una crescita che, senza la presenza sulla scena di questa nuova formazione, sarebbe stata ancor più eclatante.
Il successo di Verdi e Pirati, conferma il trend (non soltanto tedesco, ma europeo) di un vento in poppa per le forze di una sinistra che potremmo definire radicale (ma non certo di matrice marxista), forze spinte dalla crisi che morde anche in Germania e che, sfiancando ormai l’economia e le persone da ben tre anni, sembra davvero interminabile; una crisi pagata, in Germania ed ovunque, dai partiti al Governo, il che spiega le cattive performance delle formazioni del centrodestra tedesco (CDU e Liberali).
Ora, se è vero che da un singolo voto amministrativo (sebbene si tratti del voto nella Capitale), non si possono trarre implicazioni politiche, è però altrettanto vero che quello di Berlino è un risultato assolutamente in linea nel trend delineatosi nelle elezioni regionali di quest’anno in Germania. I Lander coinvolti nel voto quest’anno, ben 7, rappresentano una fetta significativa della Repubblica Federale Tedesca (contano quasi 1/3 della popolazione) ed il loro responso rappresenta ben più del classico campanello d’allarme per lo stato di salute della maggioranza federale di centrodestra, non solo e non tanto per la pur ridimensionata CDU ma soprattutto per i Liberali, i quali vantano nel Governo (tra gli altri) il Ministro delle Finanze, e che sembrano soffrire più di tutti per lo stato dell’economia: non si sfugge alla regola politica per la quale stare al Governo in periodi di crisi non paga.

 

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