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Fiat, un passo per uscire anche dall’Italia

di Carlo Buttaroni

La notizia è clamorosa: la Fiat, a gennaio, lascerà Confindustria. Il divorzio è annunciato in una lettera firmata dall’amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne, indirizzata alla presidente degli industriali, Emma Marcegaglia. La data della separazione ufficiale è fissata al 1 gennaio 2012. Ed è come se la Juventus annunciasse che il prossimo anno non parteciperà al campionato di calcio. La motivazione è secca e si può riassumere così: Confindustria fa politica e non gli interessi di Fiat.
Lo strappo tra l’azienda del Lingotto e Confindustria sta nell’accordo tra la stessa organizzazione degli industriali e i sindacati CGIL, CISL e UIL sull’articolo 8 della manovra finanziaria di agosto che dava alle grandi imprese una discrezionalità mai avuta in materia di licenziamenti e riorganizzazioni, almeno dall’entrata in vigore dello Statuto dei lavoratori.
Molti, questa estate, avevano definito l’articolo 8 una norma “ad aziendam”, nel senso che sembrava tagliarsi su misura alle idee e al nuovo stile di Marchionne: più flessibilità e meno sindacato.
La nuova disciplina, fortemente voluta dal Ministro Sacconi, in effetti dava una mano alla Fiat nel progetto di ristrutturazione della produzione che vede coinvolti principalmente gli stabilimenti di Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco.
L’accordo tra Confindustria e sindacati, siglato a settembre, ribadiva invece, almeno in linea di principio, i ruoli delle organizzazioni rappresentative, ristabilendo un tavolo di confronto e di contrattazione a livello nazionale. Un accordo che ruota intorno alla difesa del contratto collettivo nazionale, per garantire certezza dei trattamenti economici e normativi comuni a tutti i lavoratori, in tutti i settori e in tutto il territorio nazionale.
Un accordo che, limitando la discrezionalità aziendale, ristabilisce il primato della concertazione e snatura l’impianto dell’articolo 8.
Troppo per Marchionne. La responsabilità di Confindustria è proprio quella di aver riaperto il tavolo della concertazione, lavorando per un confronto, quanto più possibile condiviso con le parti sociali, sul tema delle relazioni industriali e dei diritti dei lavoratori, per cercare una comune via d’uscita dalla crisi.
Quella tra Fiat e Confindustria è una rottura maturata proprio sulla presa di posizione di Fiat che chiedeva più spazio di manovra per la contrattazione aziendale e che, dunque, ha una chiave di lettura sociale e politica, nonostante le precisazioni dello stesso Marchionne.
E, infatti, l’Ad ha immediatamente ribadito che è intenzione del gruppo rinnovare le intese sul modello contrattuale stabilito per Grugliasco, Mirafiori e Pomigliano.
Lo strappo porterà la Fiat fuori da un luogo dove l’azienda torinese è stata per oltre un secolo, diventando spesso l’uno lo specchio dell’altra. E anche per questo il divorzio ha un valore fortemente simbolico.
E mentre esce da Confindustria, la Fiat sembra fare un passo per uscire anche dall’Italia.

 

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