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Quanto costa al Paese l’instabilità politica

Il giudizio dell’Unione europea sull’Italia non cambia, afferma il portavoce del commissario agli Affari economici, Olli Rehn. Una rassicurazione che fa il paio con l’ostentata sicurezza mostrata da Palazzo Chigi non appena appresa la notizia del declassamento sul debito sovrano deciso dall’agenzia di rating Moody’s: il downgrade era atteso e “il governo italiano sta lavorando con il massimo impegno per centrare gli obiettivi di bilancio pubblico. Quegli stessi obiettivi che sono stati oggi accolti positivamente e approvati dalla Commissione europea”.
Tuttavia, il declassamento ci pone alla pari di Malta e sotto la Slovacchia e l’Estonia in termini di affidabilità. E se da una parte è vero che prima di noi Paesi come Irlanda, Portogallo e Grecia avevano subito svalutazioni ben più elevate (il che rende l’idea di come l’Italia non se la passi peggio di altri), è comunque vero che le raccomandazioni delle due agenzie che hanno declassato il nostro rating, Moody’s e Standard & Poor’s, sembrano rivolte verso una duplice prospettiva: la crescita e l’instabilità politica. “Dato che oltre metà delle misure di consolidamento fiscale sono basate su un aumento delle entrate – ha spiegato ad esempio Moody’s – i piani sono vulnerabili rispetto all’elevato livello di incertezza sulla crescita economica in Italia e nel resto dell’Ue. Inoltre può essere difficile raggiungere un consenso politico su tagli alla spesa aggiuntivi. Di conseguenza, potrebbe essere complesso per il governo generare gli avanzi primari necessari per porre il rapporto tra debito e Pil e il peso degli interessi su un solido trend al ribasso”.
Nulla da eccepire sui conti, insomma. Un po’ meno per ciò che riguarda i provvedimenti ritenuti più adatti per superare la stagnazione economica. Un richiamo che, alla vigilia del varo del decreto sviluppo (su cui si dice stiano riemergendo tutti i nodi degli scontri mai sopiti tra Berlusconi e Tremonti), vale più di un semplice suggerimento.
Che la misura sia colma lo dimostra anche il duro editoriale di mercoledì di Ferruccio De Bortoli sulle pagine del Corriere della Sera. Un vero e proprio anatema contro il governo, quello del direttore del quotidiano di via Solferino. Il quale parla di un’immagine del Paese “a pezzi”, di una mancanza di credibilità e di serietà. Di riforme che tali non sono state, di inadeguatezza. E, soprattutto, invita il governo a un passo indietro. “Su questo giornale – scrive De Bortoli in chiusura – abbiamo suggerito al premier di fare come è accaduto in Spagna: annunciare che non si ricandiderà, chiedere le elezioni e non trascinare con sé l’intero centrodestra. Nessuna risposta”.

F. G.

 

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