Governo, il “cupio dissolvi” della maggioranza | T-Mag | il magazine di Tecnè

Governo, il “cupio dissolvi” della maggioranza

di Antonio Caputo

Son passati tre anni e mezzo dalla schiacciante vittoria con cui Silvio Berlusconi sembrava aver scritto, all’insegna di una stabilità che nessuno pareva in grado di minare, la parola fine all’eterna transizione italiana, e il termometro della coalizione che trionfò alle elezioni 2008 segna, invece, febbre elevatissima.
Dopo la sofferta vittoria del 2006, il centrosinistra si avvitò, da subito, in delle convulsioni che non permisero a Prodi di governare, e quell’esperienza, complice l’impopolarità della finanziaria, tramontò presto. Lo shock nell’opinione pubblica per la fine prematura della legislatura e le liti continue nella maggioranza fu tale che i due leader (Veltroni e Berlusconi) annunciarono che alle elezioni avrebbero corso (quasi) soli, costruendo dei partiti unici nati dalla fusione delle principali forze della coalizione (il PD da DS e Margherita; il PdL da FI, AN e altri), in alleanza con un solo partito (Lega o Di Pietro); il tutto per cercare di dare stabilità, differenziandosi dalla lite permanente che aveva portato alla crisi dell’Esecutivo del Professore, causata dalle formazioni più piccole, e collocate ai lati esterni dell’alleanza (la sinistra radicale da un lato, Udeur, Dini, e Consumatori dall’altro).
Com’è noto, la vittoria di PdL e Lega nel 2008 fu causata da uno spostamento di voti, generato dai provvedimenti impopolari (in certi casi necessari) del Governo Prodi ma assai più per l’instabilità di cui sopra. Cosa intendo dire? Semplice: l’opinione pubblica non tollera l’instabilità, e se vota un partito, una coalizione, un leader, un programma, è perché quel partito, quella coalizione, quel leader, realizzino quel programma.
Ora, in una situazione già difficile di suo per la crisi economica, che fisiologicamente ingenera sfiducia nell’opinione pubblica verso i Governi, situazione aggravata, in Italia, dalle vicende private del Premier, la maggioranza che aveva faticosamente ma vittoriosamente ‘mangiato il panettone’ superando lo scoglio del passaggio all’opposizione di FLI, si ritrova immersa in problemi continui, che non riesce a risolvere, ultimo l’incidente di Martedì, e questo nonostante i mirabolanti annunci del Cav che pubblicamente afferma di riuscire a governare meglio, perché la ‘coalizione è più compatta’ dopo l’addio dei finiani.
E vediamo: dalla manovra (sulla quale il balletto di annunci e smentite, per le convulsioni nella maggioranza, è durato un mese, con un nocumento enorme per il Paese testimoniato dall’ormai famosissimo ‘spread’), al ruolo di Tremonti (bravo come ‘ragioniere’ nel tenere i conti ma disastroso per una qualsiasi politica di riforme e sviluppo, col tradimento dell’annunciata e mai realizzata ‘rivoluzione liberale’) dalla nomina del Governatore di Bankitalia (su cui da mesi si assiste a un balletto penoso), alla riforma elettorale, dalle intercettazioni, al testamento biologico, non c’è tema su cui la maggioranza trovi l’accordo; per non parlare del decreto sviluppo, annunciato da Marzo e di mese in mese rinviato, perché non si sa come finanziarlo (a meno di non riproporre la suicida politica dei condoni). E d’altronde, pur in presenza di un’inaspettata ripresa industriale e occupazionale, e del deciso calo del fabbisogno, le agenzie di rating, una dopo l’altra, ci hanno declassato, con la motivazione principale da ricercarsi nell’instabilità politica. In tutto ciò si inserisce il voto di martedì sul bilancio, tecnicamente, è vero, un incidente, ma politicamente non liquidabile, perché si trattava di un voto fondamentale, specie in tempi di tempesta finanziaria, e soprattutto perché gli assenti nella maggioranza erano nomi di peso.

Bene, se la crisi mina di suo la fiducia dell’opinione pubblica nel Governo, se il Cav ci mette del suo con le feste di Arcore, se la manovra aumenta le tasse, se (e qui vale per tutti i partiti) la ‘casta’ non fa nulla o quasi per ridurre costi e privilegi della politica (una delle poche cose buone della manovra era sui costi della politica ma durò poco: al primo ‘stormir di fronda’, Governo e maggioranza han fatto marcia indietro), se (anche qui trasversalmente) riesplode tangentopoli, se insomma il discredito dei cittadini verso ‘il Palazzo’ ha raggiunto livelli mai visti prima, come possono i protagonisti, specie della maggioranza, pensare di andare avanti così? Non si rendono conto che il livello di guardia è stato ampiamente superato? A chi, tra la gente comune, interessa che i voti parlamentari vengano usati per mandare segnali in vista della spartizione delle spoglie del PdL per il dopo Cavaliere? Se il centrodestra continua così, non esisterà più; e Scajola, Formigoni, Alemanno, Tremonti e Alfano si divideranno un’eredità consistente in una casa ormai crollata.
Conclusione? Se le agenzie di rating ci hanno declassato, non è colpa del destino ‘cinico e baro’ ma della politica e anzi, il downgrade non ha avuto ulteriori effetti sullo ’spread’ perché i mercati quel declassamento lo avevano già fatto a partire da luglio, precedendo Moody’s, Standard&Poor’s o Ficth: se la politica (e l’onere spetta, in primis, a chi governa) non ridiventa credibile, il prezzo lo paga tutto il Paese.

 

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