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Il complotto

L’Iran gli usa e la trappola della provocazione perfetta

Di Vittorio Emanuele Parsi

Eliminare l’ambasciatore saudita a Washington senza essere presi con le mani nel sacco era un’ipotesi talmente irrealistica che nessuno a Teheran può averla presa seriamente in considerazione. Egualmente impossibile era ritenere che i mandanti non sarebbero stati identificati. Il solo dubbio che poteva sussistere era semmai se la scoperta del complotto e dei suoi mandanti sarebbe avvenuta prima o dopo la realizzazione dell’attentato. Allora per quale motivo Teheran avrebbe scelto una simile strategia apparentemente «suicida»? Credo che la risposta vada proprio cercata a partire da quest’ultimo aggettivo: suicida, perché solo facendo ricorso alla razionalità che guida gli attentatori suicidi è possibile comprendere la logica tutt’altro che irrazionale che ha guidato le mosse di Teheran. L’obiettivo non era quello di colpire senza essere scoperti o identificati; l’obiettivo era quello di riconquistare il centro della scena mediorientale, stanare le eventuali contraddizioni degli Stati Uniti, mutare un quadro strategico che da oltre un anno è sostanzialmente sfavorevole agli interessi iraniani, nonostante il successo (ormai lontano e non produttivo di conseguenze) ottenuto con l’avvento di un governo controllato da Hezbollah a Beirut.

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