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Una strada tortuosa e piena zeppa di incognite

di Carlo Buttaroni

Il teatro della scena è l’aula di Montecitorio. La circostanza il voto sul rendiconto del bilancio dello Stato. Il Presidente del Consiglio arriva e vota. Il Ministro dell’Economia arriva, si ferma all’ingresso dell’aula, e non vota.

Sembra la scena di apertura di un film di Tarantino, stile Kill Bill. E come minimo ti aspetti che al centro dell’emiciclo, un minuto dopo la sconfitta del Governo sul provvedimento, si consumi l’ultimo duello, quello tra il Ministro (non uno qualunque, bensì Giulio Tremonti) e il Presidente (niente di meno che Silvio Berlusconi). Anche perché se sei il Presidente del Consiglio e il tuo Ministro dell’economia non vota un provvedimento economico, se ti girano qualche ragione ce l’hai pure. E invece niente. Il Governo esce battuto e alla prima occasione si ripresenta alla Camera con il paracadute del voto di fiducia.

Diciamo la verità: ce ne vuole di coraggio (o di spudoratezza istituzionale secondo alcuni) per rompere quella normale consuetudine politico-istituzionale che vuole che il Capo dell’Esecutivo salga al Colle quando la sua maggioranza non è (o non sembra) più tale. Così non è stato. E così, in fondo c’era da aspettarsi, conoscendo ormai le abitudini di Silvio Berlusconi, poco inclini a piegarsi alle prassi consolidate.

Poco importa se il Presidente della Repubblica aveva espresso ufficialmente la sua grave preoccupazione per gli effetti politici ed economici della bocciatura sul rendiconto del bilancio dello Stato, avvertendo che non erano ammissibili scappatoie tecnico-procedurali (come appunto il voto di fiducia), chiedendo al Governo di non limitarsi a esibire una maggioranza numerica, ma di dimostrare di essere maggioranza politica, in grado cioè di sostenere con risposte forti e credibili le esigenze del Paese.

Ancora una volta, come in altre occasioni, il Governo ha eluso le prassi consolidate, forzando fino al limite della rottura le circostanze. Ma il voto di fiducia, con cui ha evitato l’ultimo naufragio, prolunga soltanto l’agonia dell’esecutivo.

Un’agonia che ormai fa a pugni con la necessità di un esecutivo forte e autorevole che aiuti il Paese a superare uno dei momenti più difficili della sua storia, Esattamente ciò che auspicano, da tempo, il Presidente della Repubblica, l’Europa e i mercati.

A complicare il quadro politico già difficile – e a dare una mano inaspettata a un Berlusconi mai così debole – c’è l’opposizione. Non tanto quella terzo-polista che si prepara a una partita che si deve ancora giocare, quanto quella che ruota intorno al Partito Democratico.

Ormai è impossibile tracciare una mappa delle correnti all’interno del PD e tenere conto delle posizioni e delle iniziative che si sovrappongono e contrappongono. Non passa giorno che qualche dirigente piddino non polemizzi con qualcun altro della sua stessa parte. E anche se il consenso, in questo momento, gonfia le vele del partito di Bersani, la sua leadership è messa continuamente in discussione. Il PD è più debole e meno credibile dal punto di vista politico, di quanto registrino i sondaggi dal punto di vista del consenso e – per la legge dei vasi comunicanti – il PDL più forte politicamente di quanto sia realmente dal punto di vista dei voti.

Come dar torto, quindi, alla cautela del Presidente della Repubblica? Qualsiasi strada si presenti è tortuosa e piena zeppa d’incognite. Senza dimenticare che la storia recente è presagio di cattive pratiche: l’ultimo Governo Prodi, nacque nel 2006 e cadde due anni dopo, lacerato dalle divisioni all’interno dei partiti.

Fra rottamatori, conservatori, innovatori, riformatori, il PD sembra un catalogo Ikea del partito fai da te. E, anche in questo caso, tutt’altro da ciò che auspicano il Presidente della Repubblica, l’Europa e i mercati.

 

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