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Svizzera. In difficoltà i partiti tradizionali

di Antonio Caputo

In un contesto, come quello svizzero, isola felice in un’Europa in piena tempesta economico-finanziaria, le elezioni svoltesi domenica hanno segnato un momento di appannamento per i quattro tradizionali partiti che si dividono le responsabilità del governo.
Innanzi tutto va detto che il sistema dei partiti svizzero dipende da quello istituzionale: la forma di governo nella Repubblica Elvetica è di tipo direttoriale, con l’Esecutivo (Consiglio Federale) eletto dal Parlamento (Assemblea Federale) per un mandato quadriennale (la durata della legislatura). Una volta eletto, il Governo (composto da sette membri, che a rotazione diventano Presidente del Governo, carica peraltro poco più che simbolica, dato che si tratta, sostanzialmente, di un “primus inter pares”), non può essere sfiduciato, e resta in piedi per tutti i quattro anni previsti, così come non si può procedere allo scioglimento anticipato del Parlamento, traendo vita il Governo, appunto, dall’elezione parlamentare.
La formula di governo è da sempre quella di un’ampia coalizione tra i principali partiti tradizionali, per cui le elezioni in Svizzera non hanno mai appassionato più di tanto l’elettorato, che fa segnare tassi di astensione assai elevati (va anche detto che essendo la Svizzera una Confederazione, numerosi e rilevanti sono i poteri dei singoli Cantoni; pertanto le elezioni federali rivestono un’importanza di gran lunga inferiore a quella che potrebbero ricoprire in altri Paesi: se è consentito un paragone un po’ improprio, è come il disinteresse per le elezioni europee, assai meno sentite di quelle nazionali). Al contrario, molto sentita è la partecipazione ai numerosissimi referendum, che si tengono su svariate materie, vero e proprio strumento di controllo dell’elettorato sui governanti.
E veniamo ai risultati di domenica: resta in testa pur calando il Partito Popolare Svizzero (SVP/UDC), che a dispetto del nome è tutt’altro che il corrispondente elvetico dell’Udc di Casini, essendo, invece, una formazione di destra, più simile, per certi versi alla Lega, soprattutto su euroscetticismo e immigrati. Il suo leader, Cristoph Blocher, fu il promotore, tra l’altro del referendum sui minareti del 2009, vinto a dispetto della contrarietà di tutte le altre forze politiche e sociali (industriali, sindacati, Chiesa Cattolica, Confessioni protestanti). L’UDC/SVP passa dal 28.9% del 2007, all’odierno 26.8;
Secondo posto per i Socialisti (PS), anch’essi in calo, al 17.6% a fronte del 19.5% ottenuto quattro anni fa.
I maggiori cambiamenti avvengono, però, al centro: discesa per Democristiani (PPD) e Liberal-radicali (PLR) I primi scendono al 13%; ancor più pesante la perdita per i secondi, scesi al 14.7% (3 punti in meno del 2007)
Neanche i Verdi vanno bene: quinta forza, affermatasi più recentemente rispetto alle altre tradizionali, subiscono un calo che li porta a scendere in quattro anni all’8% (meno un punto e mezzo).
Dove finiscono i voti persi dai maggiori partiti? Presto detto: a formazioni nate da scissioni dei suddetti. Successo dei Verdi Liberali, che passano dall’1.4% all’attuale 5.2, pescando sia dai Verdi (da cui hanno avuto origine, scindendosene perché non ne condividevano lo schierarsi a sinistra), sia dai Liberal-radicali.
A destra, abbeverandosi alla fonte dell’UDC/SVP e dei Democristiani del PPD, il neonato Partito Borghese Democratico, proveniente da una scissione nella formazione di Blocher, che ha racimolato il 5.2%
Incognita Governo: il calo di tutti i principali partiti potrebbe porre dei problemi negli equilibri per la formazione del nuovo Esecutivo, con l’UDC/SVP che ha già avanzato la proposta di trasferire l’elezione del Governo dalle mani del Parlamento a quelle dei cittadini.
Buona performance, infine, per la Lega Ticinese di Giuliano Bignasca, caratterizzata da un accesa ostilità anti-italiana, soprattutto dopo lo scudo fiscale varato da Tremonti, col quale sono stati rimpatriati svariati miliardi di euro, in gran parte provenienti proprio dalle banche svizzere, cosa che ha provocato per reazione l’ostilità verso i lavoratori frontalieri italiani provenienti in gran parte dalle roccheforti leghiste di Como e Varese; di qui la forte rivalità tra le due Leghe.

 

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