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Argentina. Conferma a valanga per Cristina Kirchner

di Antonio Caputo

Al termine di quattro anni caratterizzati da una crescita economica impetuosa, dai ritmi quasi “cinesi”, era inevitabile che l’elettorato argentino riconfermasse, con una maggioranza schiacciante, la “presidenta” uscente, Cristina Fernandez, vedova del suo predecessore, Nestor Kirchner, che guidò il Paese per quattro difficilissimi anni, a partire dal 2003, portandolo fuori dalle secche della recessione che si abbatté a seguito del default dichiarato nel 2001. La conferma era annunciata (anche se non certo nelle dimensioni poi verificatesi), e la campagna elettorale non ha regalato particolari sorprese.
I risultati innanzi tutto: la Kirchner, presidente in carica, già senatrice e first lady, candidata per il Fronte della Vittoria (peronista, centrosinistra), non ha avuto bisogno del ballottaggio, essendosi aggiudicata ben il 54% dei voti (era a poco più del 45% nel 2007, ma vinse al primo turno anche allora, dato che per vincere senza far ricorso al ballottaggio, al candidato più votato è sufficiente il 40% dei consensi, a condizione, però, che infligga al secondo arrivato un distacco pari almeno al 10% dei suffragi), che ha il suo punto di forza nel vasto seguito riscosso tra i ceti medi e popolari della provincia, i maggiori beneficiari della forte crescita dell’ultimo decennio.
La Kirchner ha surclassato i suoi avversari, a partire dal socialista progressista Hermes Juan Binner, fermo a poco meno del 17%, un dato che però si impenna nelle aree metropolitane: quasi il 28% a Buenos Aires, quasi il 40 nella provincia di Santa Fe, con punte del 42% (primo, di pochissimo sulla Kirchner) nella città di Rosario. Terzo, a poco più dell’11%, Ricardo Luis Alfonsin, dell’Unione per lo Sviluppo Sociale (radicali), presentatosi da solo dopo la rottura dell’alleanza con i socialisti avvenuta in Primavera.
Più staccati gli altri candidati: Alberto Rodriguez Saa, peronista dissidente, fermo all’8%; a seguire, con poco meno del 6%, l’ex Presidente Eduardo Duhalde, altro peronista dissidente, che si insediò alla Casa Rosada nel 2002, e governò per poco più di un anno, dopo le dimissioni di Fernando De La Rua, il Presidente durante il cui mandato l’Argentina dichiarò bancarotta.
Le briciole, infine, per Jorge Castillo Altamira, per l’estrema sinistra e per la centrista Elisa Carrio, entrambi attorno al 2%. Quest’ultima ha perso quasi tutti i suoi consensi ottenuti nel 2007, quando, pur non riuscendo a costringere la Kirchner al ballottaggio, ottenne un risultato di tutto rispetto, piazzandosi seconda con il 23%, e riuscendo anche a prevalere nella Capitale.
Neppure stavolta Buenos Aires è stata generosa con la “presidenta”, fermatasi al 35% in città (ben 19 punti sotto il dato nazionale, una differenza redistribuitasi a favore di tutti gli altri candidati, escluso Alfonsin, anch’egli più debole nella Capitale rispetto al resto del Paese), ma con un trionfo nella Provincia, zona di forte insediamento dei ceti popolari, dove balza oltre il 56.
Oltre alla crescita dell’economia, avviata sotto il mandato del marito, e consolidatasi durante i suoi quattro anni alla Casa Rosada, Cristina Kirchner può vantare un forte impegno per la difesa dei diritti umani con iniziative di respiro internazionale che l’hanno vista protagonista.
Subito dopo il trionfo, la rieletta “presidenta” ha fatto appello all’unità, per superare i conflitti e lavorare insieme per il Paese per affrontare i problemi che certamente non mancheranno in futuro: su tutti l’elevata inflazione, retaggio della decisione (inevitabile dopo il default) di slegare il cambio del Pesos dalla parità col Dollaro, parità insostenibile, che aveva fino ad allora strangolato l’economia argentina.
Altri quattro anni di presidenza Kirchner, dunque, con la speranza che il miglioramento generalizzato dell’Argentina di questi anni possa implementarsi ulteriormente.

 

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