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La lettera all’Ue. Diciotto anni e sentirli tutti

di Fabio Germani

La rivoluzione liberale a immagine e somiglianza del centrodestra berlusconiano, peraltro mai portata a compimento, è stata scritta nero su bianco nella lettera di intenti che il premier ha presentato ai partner europei a Bruxelles. Una serie di impegni, compreso il nodo pensioni su cui è stato trovato un accordo in extremis con la Lega Nord, che l’Italia – afferma il governo – tenterà di affrontare nei prossimi otto mesi.
La domanda spontanea di molti commentatori è stata: perché solo ora? Molte delle misure contenute nel documento, da ultima quella dei “licenziamenti facili”, erano state auspicate già da tempo. Una risposta ha provato a darla, tra gli altri, Nicola Porro sul Giornale: “Più decisive ancora sono le misure per lo sviluppo. Il principio è quello di liberalizzare e privatizzare ovunque si possa. Si deve intervenire sul mercato del lavoro rendendolo più libero anche grazie al superamento del tabù dei licenziamenti. Berlusconi ha una certa expertise sulla materia: nel 2003 proprio su questo (mentre nel 1994 il caso fu la riforma delle pensioni che poi fece il suo successore Dini) ingaggiò una battaglia dura con il sindacato: che di fatto perse. Ora la ripropone con il timbro e l’avallo europeo. In Italia di fatto si può licenziare anche nelle imprese con più di 15 dipendenti: ma il problema è che per farlo tocca portare i libri in tribunale. Non si tratta del modo più efficiente per far girare il mercato”.
I sindacati, in verità, non l’hanno presa benissimo (la leader della Cgil, Susanna Camusso, ha sottolineato come questa sia “una misura da incubo, contro la quale reagire” mentre il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, ha parlato addirittura di “istigazione alla rivolta”) e ciò nonostante Berlusconi, imperterrito, ha invitato l’opposizione a collaborare. Il tabù dei licenziamenti, per dirla con Porro, potrebbe essere superato se solo il governo riuscisse a introdurre una reale flex security comprensiva di ammortizzatori sociali degni di questo nome e sussidi di disoccupazione. Ma le attuali condizioni economiche, in primis l’elevato debito pubblico (inesorabile fardello), non fanno ben sperare. Soprattutto perché, al momento, è difficile credere che il governo possa raggiungere gli obiettivi dichiarati (“imperativi”, ha chiosato il presidente della Commissione europea, Josè Manuel Barroso) data la maggioranza risicata (e piuttosto lacerata dall’interno) di cui dispone in Parlamento. La lettera all’Ue, di per sé, non sarebbe un decalogo così astruso. Ma la migliore definizione l’ha data forse Casini, quando laconicamente l’ha paragonata al “libro dei sogni”.

 

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