Si volta pagina. Berlusconi, la fine di un’epoca | T-Mag | il magazine di Tecnè

Si volta pagina. Berlusconi, la fine di un’epoca

di Antonio Caputo

È finita.
Stavolta per sempre e non ci sarà un’altra possibilità, non foss’altro che per ragioni anagrafiche (i 75 anni da poco compiuti).
L’annuncio in cui mezza Italia sperava da sempre, e che l’altra mezza temeva, alla fine è arrivato: Silvio Berlusconi sta per lasciare definitivamente Palazzo Chigi e non si ricandiderà più alle prossime elezioni.
Si conclude, dunque, col voto parlamentare sul rendiconto, un’epoca, la Seconda Repubblica, caratterizzata dall’avventura politica del Cavaliere, vero protagonista (anche quando, per quasi la metà del periodo, è stato all’opposizione) di questi quasi 18 anni, apertasi con la sua “discesa in campo”, nel gennaio 1994, dopo le macerie lasciate da Tangentopoli, e conclusasi con altre macerie, quelle del rischio bancarotta del Paese.
Sull’uomo che ha diviso come pochi l’opinione pubblica tra favorevoli e contrari, non a questo o a quell’aspetto della sua azione politica, ma sulla sua persona, non si può dare serenamente, a “cadavere ancora caldo”, un giudizio che non risenta dei propri convincimenti e ci vorrà tempo prima che ciò accada. Senza aspettare anni, e senza lasciarsi prendere dal pregiudizio (positivo o negativo), proviamo a tracciare un bilancio sui 18 anni del Cav.
Deludendo i tifosi dell’una e dell’altra fazione, si deve dire che i suoi governi (ne ha guidati quattro, per un totale di circa nove anni a Palazzo Chigi), non sono stati né l’Atene di Pericle, né il Basso Impero, ma una fase di maggiore stabilità politica (rispetto agli standard della Prima Repubblica), senza però che a questa si accompagnasse un’azione granché efficace nel governo della cosa pubblica.

I problemi del Paese che si trascinano da 40 anni non li ha creati Silvio Berlusconi, ma in nove anni di governo era lecito attendersi ben più del poco che resta della sua azione per cercare di risolverli, soprattutto perché le attese le ha generate lui e la delusione, pertanto, su di lui ricade. I governi Berlusconi sono state delle occasioni mancate dal Paese per risolvere i suoi problemi.
Cosa è mancato al Cav? Non certo il consenso popolare: su cinque elezioni politiche, tre vittorie nette, una sconfitta non catastrofica (1996), ed un sostanziale pareggio, cui vanno aggiunti altre quattro elezioni di portata nazionale (le europee) con altre due vittorie (1994 e 2009) e altri due pareggi (1999 e 2004).
Gli è però mancata la determinazione nel perseguire gli obiettivi dell’azione politica per lui che, sceso in campo come innovatore che mettesse fine ai riti della Prima Repubblica, ha, contrappasso della storia, consumato la fase crepuscolare della sua esperienza (quest’ultimo anno) in bizantinismi e galleggiamenti degni dei governi Rumor o Andreotti.

Gli vanno riconosciute delle attenuanti? Senz’altro: si è trovato al governo in momenti assai difficili per l’economia (la crisi post 11 Settembre e le guerre afghana e irachena; l’espansione cinese e la conseguente difficoltà per le aziende nostrane che hanno scontato, con l’Euro, la fine delle vacche grasse, o meglio, drogate dalle svalutazioni competitive; la terribile crisi a partire dal 2008, nata in America, proseguita in Grecia, ed aggravata da Francia e Germania, che per ragioni elettorali non hanno sostenuto Atene un anno e mezzo fa, lasciando che la piaga incancrenisse; irresponsabilità che si aggiungeva anche in America, dove, per ragioni elettorali si è arrivati a un passo dalla bancarotta); ha avuto alleati (Lega nel 94, Udc nel 2001, Fini nel 2008) non affidabili (quante attenuanti andrebbero allora riconosciute al centrosinistra? E quanto ha pesato sulle bizze dei partner, al di là dell’ambizione personale di Casini, e soprattutto di Fini, il fatto che Berlusconi abbia una visione “aziendalista” dei rapporti politici, trattando gli alleati come soci di minoranza, con una volontà di annessione nel suo contenitore, di partiti con storie e provenienze non facilmente assorbibili e/o riducibili nel berlusconismo?); ha subito un’attenzione eccessiva da parte della magistratura (è vero, ma i casi Ruby-Mora-Minetti, e Tarantini-Lavitola, dimostrano come, al di là del rilevo giuridico, spesso insussistente, e che non potrà portare, a meno di non stravolgere le regole dello Stato di diritto, a una condanna del Cav., vi sia un problema di opportunità per un premier che frequenti certi personaggi).

Concesse le attenuanti, va detto che se avesse perseguito le riforme necessarie, con un’attenzione paragonabile a quella usata nel portare avanti i Lodi “Maccanico-Schifani” del 2003, o “Alfano” del 2008, approvati entrambi, nonostante l’iter parlamentare bizantino dell’ordinamento italiano, in un mese, dalla presentazione all’entrata in vigore (e non si trattava di decreti-legge!), di certo la sua azione politica si ricorderebbe con un giudizio migliore. Non c’erano i soldi per le “riforme che costano”? Verissimo, ma almeno “quelle che non costano” come semplificazione burocratica e normativa, liberalizzazioni, riduzione dei costi della politica e della spesa corrente, si sarebbero potute perseguire, e sarebbe stato un gran bel risultato. Le lobby però, che hanno pesantemente condizionato l’attività di governo (e non solo col centrodestra, ben inteso) hanno impedito che si arrivasse a ciò e i costi li sta pagando il Paese a prescindere dalla presenza di Berlusconi al governo (lo “spread” a 575 punti e il baratro del crack che si avvicina a grandi passi nonostante le dimissioni del Cav dimostrano come, passato lui, non siano certo passati i problemi italiani). Gli va peraltro riconosciuto, come a Prodi quattro anni fa, l’onore delle armi: hanno entrambi affrontato i problemi della loro maggioranza (sia pur dopo essersi incaponiti per mesi) a viso aperto nell’ultima votazione; ne sono usciti sconfitti, e ne hanno coerentemente e responsabilmente preso atto, lasciando la mano.
Cosa lascerà in eredità il berlusconismo? L’aspirazione (non realizzata) a “de-bizantinizzare” politica e regole, qualche legge (mezza riforma pensionistica, legge Biagi – da completare – sul lavoro, normativa antimafia, avvio – incompleto – del federalismo e delle “grandi opere” – emblematica però la rinuncia al Ponte di Messina -, semplificazione del processo civile, legge anti-fumo e infine la riforma costituzionale del 2005, travolta però – e col senno di poi va ammesso che diverse cose buone le conteneva, specie in tema di costi della politica – dal referendum l’anno successivo), e soprattutto la creazione di un assetto bipolare e della democrazia dell’alternanza. Quest’ultimo punto però, dall’esser stato una delle creazioni del berlusconismo, rischia di trasformarsi in un boomerang: l’implosione della sua esperienza di governo rischia di lasciare (insieme alle già citate bizze di Fini e Casini) solo macerie nel versante moderato-conservatore dello schieramento politico; versante che tornerebbe in una condizione strutturale di minorità, con tre partiti (Pdl, Udc e Lega) di medie dimensioni e tanto pulviscolo atmosferico di stampo prettamente localistico.

 

2 Commenti per “Si volta pagina. Berlusconi, la fine di un’epoca”

  1. […] Non è nostra intenzione scrivere l’epitaffio politico del Cav (a dire il vero a questo avevamo provveduto con largo anticipo) né tanto meno un’improbabile agiografia. Di sicuro Berlusconi resterà […]

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