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Cambio di rotta, adesso ricominciamo a dare le notizie

di Fabio Germani

di Fabio Germani
12 novembre 2011. Silvio Berlusconi si reca al Quirinale per dimettersi da presidente del Consiglio. Sono ore febbrili, nonostante sia abbastanza noto quello che accadrà dopo. Meno note, invece, sono le modalità. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, pochi giorni prima aveva nominato il professor Mario Monti senatore a vita, come a sottoscrivere una decisione già presa non appena Berlusconi gli aveva annunciato la propria intenzione di un passo indietro, una volta appurata la mancanza di numeri sufficienti alla sopravvivenza dell’esecutivo in Parlamento. Il resto è storia di questi giorni. Ma restiamo con la mente là, a quelle ore febbrili.
Tra le agenzie di stampa e i giornali che seguono passo passo la crisi di governo è un brulicare di nomi: chi saranno i ministri del governo venturo? Saranno esponenti esclusivamente tecnici o verrà inserito qualche politico al fine di tenere a bada i partiti? Il 16 novembre, a cose ormai fatte, Tommaso Labate passava in rassegna sul Riformista i “trombati” di lusso, da Frattini a Lupi, passando per Buttiglione. Sono soltanto alcuni dei personaggi dati per prossimi, fino a poche ore prima, a guidare un dicastero.
Nelle scuole di giornalismo (c’è chi le vitupera, ma tant’è) insegnano che il cronista è colui che dà la notizia. La notizia presuppone che ci sia un fatto da raccontare e da analizzare. Ovvero tutto il contrario di quanto accaduto durante quelle ore febbrili. Il totoministri, ci avesse preso qualcuno sin dall’inizio poi, è stato il gioco più divertente di certi giornalisti, incuranti dell’interesse del lettore smanioso di saperne un po’ di più sulla situazione politica ed economica dell’Italia.
Un gioco a tratti morboso, andato in scena anche su Twitter. Prendiamo Ferruccio De Bortoli, direttore del Corriere della Sera, il 15 novembre: “Letta e Amato verso il governo Monti. Le pregiudiziali sembrano cadute”. Lo stesso giorno Ezio Mauro, direttore di Repubblica: “Monti ha scelto tutti ministri tecnici”. E ancora il 15 novembre, Mario Calabresi, direttore de La Stampa: “Domani a mezzogiorno avremo il governo, ma il nodo Letta-Amato non è ancora sciolto, Monti ha una notte per decidere se tecnico puro o no”.
Non che prima le cose siano andate meglio. Campione dei cambi di umore repentini è stato il direttore del Foglio, Giuliano Ferrara. Come dimenticare i fuochi d’artificio cambiati all’uopo nel giro di qualche ora la notte tra il 2 e il 3 novembre?

Anche il Giornale di Sallusti e Feltri, strenui difensori del berlusconismo non sono da meno, con il primo impegnato (il 22 novembre) in improbabili confronti tra Monti e il Cavaliere: se al posto del professore ci fosse stato Berlusconi “in un giorno in cui la Borsa perdeva il cinque per cento e lo spread toccava i 490 punti, a convocare un Cdm per varare il decreto Roma Capitale, lo avrebbero linciato”.
Eppure, a ben vedere, il cambio di rotta qualcosa ha provocato anche nel giornalismo. Cosa, di preciso, Pierluigi Battista lo ha riassunto nei 140 caratteri di Twitter, poco prima di prendere parte martedì sera a Ballarò.

Bene, ora possiamo rincominciare a dare le notizie.

 

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