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Lavoro, politica famiglia. Donne: i numeri della discriminazione

La condizione femminile rappresenta ancora una spia per verificare le promesse mancate e l'accessibilità ai diritti di cittadinanza in Italia
di Carlo Buttaroni

Nel 2004 una delle più grandi società di brokeraggio degli Stati Uniti è stata condannata a risarcire con 2,2 milioni di dollari una ex dipendente con una motivazione inequivocabile: discriminazione sistematica nei confronti dei dipendenti di sesso femminile. I giudici sono giunti a queste conclusioni dopo aver raccolto 28 ore di testimonianze da cui emergeva, che su 15.000 dipendenti le donne che occupavano posizioni di prestigio nell’organico della società, erano solo 17. E per i giudici la società finanziaria non era in grado di fornire una spiegazione ragionevole per la scarsa rappresentanza delle donne in ruoli di management.
Negli ultimi anni, nel mirino della giustizia, c’è stata anche un’altra importante banca d’affari statunitense, che secondo la Commissione federale per le pari opportunità, applicava un modello di pratica discriminatoria nei confronti delle lavoratrici. La Commissione, infatti, aveva accolto il ricorso della signora Allison Schieffelin che era stata licenziata pur avendo fatto guadagnare alla sua società più di un milione di dollari.
Si dirà: per fortuna c’è un tribunale al quale la signora Schieffelin e le altre donne possono rivolgersi. Certo, ma la Schieffelin non ha accusato la sua società di furto, di associazione a delinquere, di trarre profitto con mezzi illeciti. Perché, quindi, una donna deve rivolgersi a un tribunale per far valere i propri diritti? La battaglia della Schieffelin ha un forte valore simbolico, ma è solo la metafora di Davide che sfida Golia. Nella prassi quotidiana, purtroppo, la questione femminile non si risolve attraverso norme formali che regolano ed estendono la piena uguaglianza.
Il Cnel, in una recente indagine, ha rilevato che nel nostro Paese, a parità di qualifica e impiego, la differenza di retribuzione tra uomini e donne si attesta tra il 10 e il 18% e riguarda un po’ tutte le categorie: le operaie (-21%), le impiegate (-16%), le dirigenti e le imprenditrici (-13%), le lavoratrici delle società che si occupano di servizi finanziari (-22%) e di quelle che offrono servizi alle imprese (-26%).
Anche se, oggi, il numero delle laureate supera nettamente quello dei colleghi maschi, a un anno dal conseguimento del titolo, la percentuale di donne occupate è pari al 62%, contro il 66% degli uomini, con differenze, a livello retributivo, che permangono nel lungo periodo. Come rileva l’indagine annuale di Almalaurea, a fronte di un curriculum universitario relativamente migliore, votazioni più alte e tempi di conseguimento del titolo più brevi, le donne hanno tassi di occupazione più bassi, tempi d’inserimento nel mercato del lavoro più lunghi, quote più elevate di lavoro precario, livelli più bassi di occupazione a tempo pieno. Inoltre, usano molto meno dei colleghi maschi le competenze acquisite, sono meno soddisfatte delle prospettive di carriera e hanno retribuzioni significativamente più basse.
Una volta entrate nel mercato del lavoro, l’interruzione per il periodo di maternità rappresenta, spesso, un ostacolo ai percorsi di carriera e la presenza di figli costituisce uno dei principali fattori di segregazione per quanto riguarda la disparità di trattamento retributivo e la possibilità di avanzamento professionale, soprattutto in contesti fortemente carenti di infrastrutture sociali.
La mancanza di politiche di conciliazione costringe le donne a uscire dal mondo del lavoro, ne impedisce la continuità lavorativa, limita le loro opportunità di carriera. Discriminazioni inaccettabili alla luce del fatto che le donne possiedono, mediamente, requisiti di formazione superiori a quelli degli uomini.
E’ evidente che non si tratta più solo di estendere i diritti, ma di praticarli fuori dalle logiche delle concessioni e oltre la generica apparenza formale.
Quando i diritti sono astratti dalla pratica reale, solo apparentemente risolvono le diversità per realizzare l’uguaglianza ma, come abbiamo visto proprio dai dati, restano confinati all’interno di una formalità sganciata dalla realtà.
Mentre il modello di sviluppo economico e sociale, che ha caratterizzato gli ultimi decenni, volge al termine senza riuscire a riconoscere l’eteronomia, la questione femminile rappresenta, ancora oggi, una spia per verificare le promesse mancate e l’accessibilità ai diritti di cittadinanza.
L’eclissi del movimento femminista degli anni settanta ha coinciso con la fine di un’etica prescrittiva che ha contrastato le discriminazioni di genere attraverso apparati giuridico-legali. Molte conquiste sono state fatte grazie al movimento, ma molte sono rimaste solo sulla carta. Oggi occorre riprendere consapevolezza delle disuguaglianze che ancora persistono e compromettono il riconoscimento sociale ed economico delle donne.
Nella convivenza regolata delle società contemporanee, il tema delle “pari opportunità” e delle “pari aspirazioni” continua a proporsi come un fattore di straordinaria rilevanza civile. La sfida è ripensarsi e ridefinirsi in un’ottica di sostanziale uguaglianza, dando corpo a vissuti, esperienze e valori che non siano solo istanze da sottoporre a giudizio di una parte, ma oggetto di un riconoscimento universale, concreto e non formale. La “pratica orientante” che le donne stanno sperimentando pone le condizioni per dare forma a ciò che è avvertito come reale e necessario. E’ da qui che occorre ripartire per costruire una società giusta, equa, intelligentemente solidale, capace di futuro.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità del 5 dicembre. Qui la ricerca completa.

 

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