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L’Ici per i beni della Chiesa e la stampa estera

di Mario Piccirillo

La battuta è schizzata via dall’oceano di Twitter: “Ci vorrebbe l’Ici per la prima chiesa”. Ma l’onda era già montata, a colpi di hashtag. Il solito moto dal basso, per togliere i tappi lassù in alto. Per chiarire: questa storia delle esenzioni Ici che rimbalzano tra Cassazione, decreti, e Commissione europea fa l’effetto di una barzelletta ripetuta a vanvera, surreale. Ci costano 500.000.000 di euro l’anno (fonte Uaar), lo sanno (quasi) tutti ormai. Lo sanno quelli che da domenica sera vanno in conferenza stampa ad oltranza per abusare di “lacrime, sangue” e metafore accessorie. Lo sanno i cittadini italiani non evasori, quelli cioè che vivono a vene bucate e dotti lacrimali esausti. Un privilegio stantio e puzzolente, ma ci abbiamo fatto naso.
Poi succede che Monti va a ad illustrare la manovra alla stampa estera. Quelli, i giornalisti stranieri, hanno la pessima abitudine di fare domande. I corrispondenti dall’Italia un po’ meno, ma insomma, la scuola è solida: il ditino si alza d’istinto. “Scusi, ma nel decreto non si parla dell’Ici della Chiesa”, dice il giornalista.
Fa due errori. Il primo è che mette il quesito in coda ad un altro. Il secondo è che si ferma alla risposta, se la fa bastare. Monti, infatti – spirito algido e brillante, capace solitamente di risposte affilate e fendenti velocissimi – si
spertica in una prima spiegazione lunghissima, talmente slabbrata che quasi nessuno alla fine ricorda di cosa parlava. E poi? Poi cala il capo sui fogli e sommessamente sentenzia: “Quella è una questione che non abbiamo affrontato”. Punto. Il microfono passa ad altri. E nessuno che provi a replicare: “Why not?”. Viene spontaneo, no? Monti avrebbe potuto improvvisare un “non abbiamo avuto tempo”, scivolando sugli specchi. E invece niente.
Nella conferenza stampa fiume della domenica sera, nessun giornalista italiano aveva avuto l’ardire di buttare lì l’argomento. Agli stranieri, almeno, è scappato. Producendo la crepa, il danno comunicativo. Perché, in periodo di sacrifici strombazzati qua e là, questo è argomento sensibile. E’ la Casta in declinazione spirituale che, tra l’altro con strabiliante tempismo, critica la manovra ammonendo: “Doveva essere più equa”. Una papale presa per i fondelli.
Sui social network, Twitter in particolare, cose così difficilmente passano sotto silenzio. #Chiesa, #Ici
o #icichiesa, diventano trend topic. E il passo al mainstream è un attimo.
A Ballarò Floris fa la ferale domanda al malcapitato Catricalà, il quale, da buon tecnico, ripropone la linea ufficiale: “Non abbiamo ancora affrontato la questione”. Floris fa un passo avanti: gli dà una scadenza, il prossimo
Cdm, con evidente imbarazzo del “povero” sottosegretario. Il punto è che la barzelletta, passata al setaccio dell’indignazione pubblica, è diventata una roba serissima. Di quelle che superano il quarto d’ora di celebrità e rischiano di trasformarsi in un tormentone senza soluzione. Sì, senza soluzione. Il polverone vale fino a quando non si dirada. I social network passeranno ad un altro TT, più veloci di un neutrino. E il governo tecnico lascerà decantare, fino a quando lo stordimento generale produrrà la solita amnesia. Funziona così dai Patti Lateranensi in poi. Lo dice la storia, anzi, più che altro, la storiella.

Mario Piccirillo è giornalista dell’agenzia Dire e ha un blog, qui.

 

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