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Il sindacato torna di lotta per la sopravvivenza

di Stefano Iannaccone

Mario Monti ha avuto la “forza” di riunire i sindacati. La manovra varata dal governo ha infatti reso possibile un nuovo dialogo tra Cgil, Cisl e Uil, da tempo immemore in rotta su qualsiasi tema. Lo sciopero unitario è stato la prima mossa comunicativa verso una profonda revisione dei comportamenti rispetto all’epoca degli esecutivi guidati da Berlusconi. Le sigle meno belligeranti, Cisl e Uil, si sono trovate ora vicine alle posizioni dell’intransigente Cgil, visto il massiccio intervento operato sulle pensioni.
L’ex Triplice, dunque, è stata “costretta” dal professore-senatore a cancellare, in pochi giorni, un astio sedimentato da anni. Il motivo della contesa era l’approccio con il centrodestra: il sindacato di Epifani prima e Camusso poi è stato il simbolo della strenua opposizione sociale alle scelte del Cavaliere, mentre le segreterie griffate Angeletti e Bonanni puntavano a costruire un’immagine propositiva con l’intento di attirare i “moderati” iscritti alla Cgil. Lo scontro, tuttavia, ha prodotto solo un indebolimento delle richieste del mondo lavorativo con una sequela di polemiche sterili.
L’arrivo di Monti a Palazzo Chigi, invece, ha imposto un’inversione di rotta: dalle divergenze sulle quisquilie si è passata alla necessaria convergenza sulla sostanza; che fuori di metafora significa un intervento che incide in maniera forte sul sistema previdenziale, ossia l’ultima roccaforte delle sigle sindacali.
La riforma evoca uno scenario apocalittico per l’ex Triplice: con i giovani molto scettici verso il mondo sindacale, le principali sigle rischiano di dissipare il consenso anche nella base di riferimento. In tale contesto è stata scelta una linea di comunicazione severa con l’annuncio immediato di uno sciopero. Ma il pericolo è che la maggioranza degli italiani possa ritenere tardiva la protesta con un danno di immagine incalcolabile per Cgil, Cisl e Uil. E con poche chance per un riscatto.

 

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