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L’Italia non è un Paese per giovani

di Barbara Del Serrone

L’Italia è “un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori,di trasmigratori”. Questo ci racconta la monumentale scritta scolpita in travertino sul Palazzo della Civiltà Italiana all’Eur. Eppure l’Italia è un Paese in crisi, basta dare uno sguardo alle statistiche e ai dati più evidenti per rendersene conto. Il Bel Paese, pieno di debiti e in recessione, come ha affermato pochi giorni fa il ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, al seminario di Confindustria, è diventato da tempo un Paese per vecchi, guidato da “vecchi” e bloccato dalla carenza di meritocrazia, di competitività e dal mancato ricambio generazionale, dal precariato, del nepotismo, dalla burocrazie, dalle logiche corporative, dall’assenza di misure per lo sviluppo. Soprattutto per i giovani, che rischiano di essere il fanalino di coda dell’intera Europa, nata per necessità economiche, ma ancora alla ricerca di una sua reale anima. Il presidente della Bce, Mario Draghi, ha recentemente affermato che “le nuove generazioni sono senza futuro e senza reddito” e che “la bassa crescita dell’Italia degli ultimi anni è anche riflesso delle sempre più scarse opportunità offerte ai giovani”.
Al convegno dei giovani imprenditori di Confindustria di ottobre, il direttore generale del Censis, Giuseppe Roma, ha ricordato i dati sulla disoccupazione giovanile in Italia. Degli oltre 7,6 milioni di cittadini tra i 20 e i 30 anni 680 mila sono in cerca di un impiego (8,9%), un milione e mezzo ha deciso di non cercarlo più e mezzo milione sta ancora frequentando l’università. Un quarto dei giovani tra i 20 e i 30 anni (oltre due milioni di persone) è dunque fuori dai “circuiti produttivi e in gran parte sembrano chiamarsi fuori dalla partecipazione attiva nella società”. Dal rapporto Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) 2011 emerge che solo in Sicilia il tasso dei giovani disoccupati tra i 15 e i 25 anni è pari al 61,6%. Dunque è “emergenza giovani”, di cui parla anche il rapporto Ires Cgil (l’istituto di ricerche economiche e sociali fondata dalla Cgil nel 1979). Sembra quasi una chimera il contratto a tempo indeterminato: nel 2011 scende ancora il numero di occupati con questo tipo di contratto (-2,9%), mentre sono in aumento del 4,1% quelli a tempo determinato. Tra il 2009 e il 2010, inoltre, la perdita dell’occupazione risulta concentrata nella fascia di età sotto i 35 anni.
Il Rapporto Almalaurea di marzo 2010, teso a monitorare l’inserimento lavorativo dei giovani italiani dal momento in cui conseguono la laurea fino ai cinque anni successivi, rappresentava già un anno fa un trend inquietante: dodici mesi dopo aver concluso gli studi quinquennali il tasso di disoccupazione rispetto all’anno precedente era aumentato dal 14 al 21%. Se si confronta questo dato con le tabelle rinvenibili presso l’Ufficio statistico europeo si può notare che il tasso di disoccupazione dei neolaureati europei è pari al 4,1%, in crescita negli ultimi mesi, ma comunque con un enorme dislivello rispetto alla nostra situazione. Tra i Paesi dell’Unione europea quindi, l’Italia è quella con la situazione occupazionale più a rischio e, parallelamente, quella che effettua meno interventi per la formazione del proprio capitale umano. In Italia nella formazione si continua a investire troppo poco, sia dal punto di vista pubblico che da quello privato. Anche la Cisl è preoccupata per il contesto e segnala “il cronico sottodimensionamento degli investimenti, pubblici e privati, in istruzione, ricerca e sviluppo che ci pone agli ultimi posti dell’Unione europea”.
Il 26 settembre i ministri del Lavoro dei Paesi G20 si sono incontrati a Parigi per sviluppare strategie comuni per la ripresa occupazionale e per assicurare il rispetto dei diritti fondamentali dei lavoratori alla salute e al sostegno al reddito. “La crisi del lavoro colpisce in modo particolarmente forte i gruppi più vulnerabili, tra cui i giovani e i precari”, hanno evidenziato Angel Gurría, segretario generale dell’Ocse, e Juan Somavia, direttore generale dell’Organizzazione internazionale del Lavoro, sottolineando che i governi non possono e non devono ignorare quello che definiscono il volto umano della crisi. Di qui l’appello a porre l’occupazione e la tutela sociale al centro delle discussioni politiche globali. Dal recentissimo decreto “salva-Italia” ci si attendeva provvedimenti strutturali decisivi ed incisivi che sono arrivati solo in parte. Speriamo che le prossime mosse del governo possano andare nella giusta direzione per il rilancio del nostro Paese che ha bisogno di una forte spinta per ripartire; soprattutto per ripartire dalle forze dei giovani, per estirpare quel tappo che continua a frenare i loro sogni e le loro energie.

 

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