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Servono scelte politiche, non solo tecniche

di Carlo Buttaroni

Il cruscotto economico dell’Italia volge al brutto. Rispetto al secondo trimestre (aprile, maggio, giugno) l’Istat registra un calo del Pil (-0,2%), una diminuzione delle importazioni di beni e servizi (-1,1%), una contrazione degli investimenti (-0,8%), un calo dei consumi (-0,3%), una diminuzione della spesa delle famiglie (-0,2%) e di quella della pubblica amministrazione (-0,6%). Il dato positivo riguarda le esportazioni che fanno registrare, invece, un andamento positivo dell’1,6%.
Se il quarto trimestre avrà un profilo piatto – come ci si attende – o comunque non negativo, l’incremento tendenziale sarà intorno allo 0,5%, circa la metà di quanto previsto dal precedente Governo. Altrimenti, se anche gli ultimi mesi dell’anno faranno registrare una riduzione delle attività, l’Italia sarà tecnicamente in recessione. In realtà il Pil, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, indica un lieve miglioramento, una crescita insufficiente, però, a salvaguardare il Paese dai rischi di avvio di una nuova fase recessiva.
Se si tiene conto del fatto che nella zona euro, nel complesso, il Pil è aumentato dello 0,2% (in Germania +0,5% e Francia +0,4%), il quadro è preoccupante. Una nuova fase di contrazione sarebbe un duro colpo per la nostra fragile economia e per le prospettive di ripresa del Paese. E sarebbe un pessimo segnale per i mercati finanziari.
D’altra parte le valutazioni dei principali centri studi parlano chiaramente di un 2012 assai difficile, soprattutto a causa della flessione della domanda interna, mentre le esportazioni dovrebbero continuare a far registrare buoni risultati.
Bisognerà attendere qualche mese per sapere se il periodo natalizio sarà stato sufficiente a rilanciare i consumi, ma i primi indicatori di spesa, specialmente quelli riguardanti il commercio al dettaglio e la produzione industriale, non lasciano ben sperare. Anche perché cominciano a farsi sentire gli effetti dell’irrigidimento delle condizioni del credito, insieme al deterioramento della fiducia d’imprese e consumatori, dovuto al prolungarsi della crisi.
L’indice complessivo della fiducia dei consumatori, misurato dall’Istituto nazionale di Statistica, è passato dal 96,1 di novembre al 91,6 di dicembre. Un peggioramento della temperatura sociale che riguarda sia i giudizi sulla situazione economica del Paese che la condizione personale dei cittadini. Le valutazioni negative interessano un po’ tutti gli aspetti: il bilancio finanziario delle famiglie, la disoccupazione, le previsioni future sull’effettiva possibilità di risparmio, la convenienza all’acquisto immediato di beni durevoli. Un clima di pessimismo che sembra crescere in tutto il Paese, con evidenze persino più negative di quelle registrate a cavallo tra il 2008 e il 2009, nel momento peggiore della crisi finanziaria. Un pessimismo che inevitabilmente ha conseguenze dirette nei comportamenti economici delle persone.
L’Italia, al momento, sembra non avere riserve sufficienti per uscire dalle sabbie mobili.
Servirebbero investimenti per sostenere l’offerta e una crescita delle retribuzioni per stimolare la domanda.
Il Paese ha bisogno di recuperare terreno, sia sul fronte delle infrastrutture, che su quello delle retribuzioni: in un’ipotetica classifica degli stipendi, i lavoratori italiani si collocano solo al ventitreesimo posto, con circa 15 mila euro l’anno, dopo Paesi come la Corea del Sud (28 mila), Regno Unito (27 mila), Svizzera (25 mila), Usa (22 mila), Germania (21 mila), Francia (18 mila) o Spagna (17 mila). Le retribuzioni sono inferiori del 17% a quelle medie dei Paesi Ocse, pari al 56% di quelle degli inglesi, al 71% di quelle dei tedeschi, all’83% di quelle dei francesi e all’88% di quelle degli spagnoli. Non che la vita costi meno. Al contrario, fatto 100 il costo della vita nei Paesi della zona euro, l’Italia è a quota 104 mentre l’Inghilterra si ferma a 100.
Tant’è che da noi una “giornata tipo” – fatta di colazione, spostamenti, spesa, telefonate, eccetera – pesa per una quota pari all’84% dello stipendio di un lavoratore. In Germania è circa la metà (43%), in Spagna è del 59%, in Francia è del 61%, in Inghilterra del 59%, in Svezia del 67%. E dal computo è esclusa l’abitazione.
Ammodernare il Paese, far crescere le retribuzioni, investire in ricerca, stimolare le imprese anche intervenendo sull’accesso al credito: queste sono le leve per immettere nuova energia nel sistema e per uscire dalla crisi. Leve che, nel programma del Governo, sono rimandate a una successiva “fase due”. Anche perché, sotto il profilo degli investimenti e dell’adeguamento delle retribuzioni, la manovra varata da Monti, ha concesso assai poco.
Se bisognava fare in fretta per rimettere in sesto i conti pubblici, adesso bisogna, con altrettanta solerzia, stimolare la ripresa.
Un nuovo aggiustamento dei conti pubblici, non accompagnato da adeguati e concreti stimoli alla crescita, rischia di deprimere i timidi segnali di ripresa.
Accanto agli strumenti economici e finanziari occorre però anche altro, perché il rischio è che un eccesso di tecnicismo si sposi con un deficit di politica, facendo perdere di vista la necessità del Paese di adeguarsi anche dal punto di vista del modello sociale ed economico.
Incrociare la ripresa potrebbe non essere sufficiente se non si chiarisce qual è il terreno su cui investire nel prossimo futuro. Più pubblico o meno pubblico? Più welfare o meno welfare? Più opportunità e più diritti o meno garanzie e più competitività? A lungo la politica, immersa in una campagna elettorale permanente, ha eluso queste e altre domande, fondamentali per capire gli indirizzi che dovrebbero alimentare il sistema sociale nel suo complesso. La tattica ha prevalso sulla visione strategica, i partiti hanno scelto di non scegliere, facendo passare l’idea ingannevole che fosse possibile, allo stesso tempo, ridurre le tasse e aumentare i servizi pubblici. Con il risultato che il Paese, oggi, ha più tasse e meno servizi. E soffoca di prospettive mancate. Adesso il tempo è scaduto ed è venuto il momento di colmare il terreno perduto delle scelte non fatte, delle riforme incompiute, delle molte opere inaugurate e mai partite veramente. Non ci potrà essere crescita vera e forte se si vuole continuare a far convivere tutto con il suo contrario. Oggi sappiamo che i Paesi più competitivi sono quelli che hanno saputo coniugare sviluppo, qualità della vita e sistemi di protezione sociale. Oppure, al contrario, quelli che hanno sostenuto la crescita con la riduzione e la compressione delle garanzie e dei diritti. Da che parte stare spetta ai partiti indicarlo. E devono dirlo in fretta, perché adesso l’Italia, con i tecnici, deve mettere a posto i suoi conti, ma domani gli italiani, con la politica, devono scegliere il loro futuro.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità del 27 dicembre. Qui il quadro completo.

 

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