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Europa: diagnosi e cura di un continente malato

di Marco Perazzi

Trascorsi 40 mesi dall’inizio della crisi internazionale (dal crollo di Lehman Brothers nel 2008 ad oggi), il bubbone incurabile pare essere stato individuato nel cuore dell’Europa; l’impietosa diagnosi è arrivata dagli investitori internazionali che senza più alcun indugio hanno manifestato la loro sfiducia nell’Eurosistema.
L’organismo europeo ha manifestato la sua malattia con la febbre ‘spread’ a cui l’ansia dei ‘curanti’ si è rivolta focalizzandosi via via sugli organi più visibilmente colpiti: l’eccessiva finanziarizzazione dell’economia in Irlanda; la sconsiderata gestione della cosa pubblica in Grecia; l’incontrollata spinta immobiliare del governo socialista in Spagna; la perdurante immobilità del sistema paese e il progressivo calo di credibilità della classe politica in Italia.

Nella contingenza, le terapie approntate hanno avuto il carattere di interventi di pronto soccorso commisurati all’emergenza patologica: in Irlanda, si è messo mano al sistema bancario e creditizio; in Grecia, si sono imposti interventi di impietoso rigore per reperire entrate e falcidiare spese; in Spagna, si è puntato sul cambio del governo per invertire le aspettative; in Italia, si è posta l’urgenza di una scossa a largo raggio per la riduzione del debito e il rilancio della crescita.
Il “consulto medico” tenutosi a Bruxelles, dopo il primo ciclo di cure, ha dovuto constatare comunque l’inefficacia delle singole terapie nonché l’esplodere del dissenso delle opinioni pubbliche nazionali e dell’accresciuta sfiducia verso le istituzioni tutte, locali ed europee.
Soprattutto i provvedimenti più dolorosi mancano di riconosciuta paternità: i governi nazionali, privi di un mandato popolare ad agire in tal senso, si sono autoassolti imputando la responsabilità delle scelte agli organi sovranazionali; questi ultimi, dal canto loro, privi ufficialmente di qualsiasi potere di intervento in ambito nazionale, invocano l’ineludibilità di azioni correttive su situazioni locali, nell’interesse europeo.

Tale rimpallo di responsabilità ha alimentato dibattiti e polemiche su presunte cessioni di quote di sovranità nazionale; i casi di Italia e Grecia in particolare sono stati emblematici della crescente insofferenza della pubblica opinione verso direttive, fatte passare come ordini impartiti dall’Unione Europea.
E’ d’altronde comprensibile che alla maggior parte della popolazione risultino alquanto sgraditi i provvedimenti di draconiano rigore che le amministrazioni nazionali hanno dovuto repentinamente mettere in atto; tanto più risulta comprensibile il disorientamento se, a giustificazione dell’inevitabilità di tali provvedimenti, vengono addotte proprio ragioni di salute pubblica o di interesse nazionale. Se a ciò si aggiungono i risultati davvero poco soddisfacenti fin qui ottenuti sotto l’aspetto della ripresa economica, è quanto mai arduo trovare argomenti convincenti per lenire il disagio di coloro che stanno sopportando i maggiori sacrifici.
In Italia, nella seconda metà dell’anno, se da un lato si sono fortunatamente scongiurate fino ad oggi rivolte di piazza ed espressioni violente di protesta, dall’altro si è fatto particolarmente rovente il clima politico; a partire dall’episodio dell’ufficiosa ‘lettera di raccomandazioni’ inviata al governo italiano, il dibattito politico si è acceso, con toni perfino eccessivi, sulla nostra irrilevanza diplomatica in sede comunitaria.
Più di recente infine, con l’insediamento del governo di tecnici sostenuto da una maggioranza aggregata esclusivamente dalla necessità di condividere l’onere di un programma fatto di sacrifici, le formazioni politiche più populiste e tradizionalmente euroscettiche hanno colto il pretesto per denunciare l’indebita intromissione dell’Unione europea nelle faccende di interesse nazionale.
La polemica sul conflitto tra sovranità nazionale e sovranazionale presuppone che siano definiti e delimitati i rapporti tra esse, mentre a ben guardare si tratta di sovranità “frenate” e che si frenano reciprocamente.
Data la natura economica dell’emergenza in corso, anche questo aspetto va visto in quest’ottica.

In tema di politica economica, uno stato esercita la propria sovranità agendo autonomamente su due tipi di leva: quella della politica fiscale e quella della politica monetaria, su cui hanno competenza, rispettivamente, il governo e la banca centrale di quel paese.
In un quadro economico recessivo, la politica fiscale che uno stato può adottare deve necessariamente essere di natura espansiva; ciò significa che per riportare l’economia alle condizioni di piena occupazione (in recessione, quando la produzione effettiva è inferiore a quella potenziale, si ha sottoccupazione delle risorse di capitale e di lavoro) il governo può decidere di fornire stimoli ad imprese e famiglie per far ripartire investimenti e consumi.

Le linee d’azione perseguibili non possono perciò che essere essenzialmente di due tipi: la spesa pubblica in investimenti o la riduzione del carico fiscale su imprese e cittadini. Nella prima opzione, l’intento è quello di innescare un ciclo produttivo che ridia lavoro alle imprese ed occupazione agli individui; nella seconda, si preferisce lasciare maggiore reddito disponibile ad imprese e famiglie da destinarsi ad investimenti e consumi.

Quale che sia l’orientamento politico del governo che deve intervenire, teoria e pratica dell’economia non conoscono plausibili alternative a quelle descritte; che si agisca su una riduzione delle entrate (alleggerimento della pressione fiscale) o su un aumento delle uscite (incremento della spesa pubblica), una politica fiscale espansiva che abbia carattere anti-ciclico non può che finanziarsi perciò in disavanzo. Essendo infatti tutti i bilanci statali già con segno negativo, non può esservi che un ulteriore aumento (in valore assoluto) della differenza tra spese ed entrate. Similmente ad un’azienda che per investire chiede credito alle banche, il governo di uno Stato emetterà nuovo debito cercando i propri finanziatori nei mercati internazionali; questi ultimi concederanno il proprio credito (comprando i titoli di debito pubblico) contro la corresponsione di un tasso di interesse applicato, valutato e quantificato in funzione del rischio associato al grado di probabilità che le misure adottate dal governo abbiano effetto sull’economia nazionale.

Quando il Consiglio europeo nel 1996 ratificò il Patto di Crescita e Stabilità (PSG), i Paesi firmatari si vincolarono tuttavia l’un l’altro nel non eccedere il proprio disavanzo pubblico rispetto al 3% della produzione nazionale; con economie in contrazione, come nella fase attuale, il rispetto di tale vincolo si palesa come ulteriormente gravoso dal momento che impone, a fronte di entrate fiscali inevitabilmente in calo per via della crisi, evidenti obblighi di tagli strutturali alla spesa.

A fronte di tale impegno reciproco a contenere i rispettivi deficit, gli Stati membri hanno però mantenuto in proprio carico l’onere di individuare ed adottare i provvedimenti necessari a far fronte alle eventuali crisi economiche.
Le condizioni fortemente limitanti del Patto erano apparse tali già nel 1996, tant’è che il PSG venne subito ribattezzato da molti (non necessariamente euroscettici in linea di principio) come Patto di stupidità.

La seconda leva di cui si è detto è rappresentata dalla politica monetaria. E’ la Banca Centrale di un paese a detenere in questo caso l’autonomia decisionale per mettere in atto operazioni finanziarie che, finalizzate alla riduzione del tasso di interesse medio del mercato, incentivino la riattivazione della liquidità nel circuito economico; il cosiddetto ‘stampare moneta’ si traduce principalmente nel rendere per imprese e famiglie più conveniente ‘prendere denaro’ per destinarlo ad investimenti e consumi.

L’art.104 di Maastricht ha tuttavia, anche in questo campo, scaricato l’arma a disposizione delle singole banche centrali nazionali. L’istituita BCE è diventata difatti l’unico istituto con competenza in materia ma tuttavia a sua volta limitata nel suo mandato al solo controllo dell’inflazione. La Banca, oggi guidata da Mario Draghi, ha come imperativo indirizzo a cui attenersi quello di attuare eventuali interventi espansivi soltanto se funzionali e necessari a calmierare dinamiche inflattive, e mai per fornire stimoli all’economia (come oggi potrebbe rivelarsi necessario).

Dietro ai tagli di interessi annunciati di recente si cela infatti una forzatura alle procedure operata dalla BCE che, se da un lato era quanto mai auspicata ed invocata dalle pragmatiche logiche degli operatori di mercato, ha nel contempo prestato il fianco alle critiche degli osservatori della disciplina statutaria più ortodossi.
Tornando al problema del conflitto di sovranità, sarebbe dunque il caso di stabilire anzitutto a quale livello, nazionale o sovranazionale, risieda l’autorità giuridica e politica deputata a prendere decisioni di portata ed efficacia generali.

Si è già rilevato infatti che, indipendentemente dalle misure adottate, la “febbre spread” continua a segnare temperature altissime. Nelle condizioni attuali, d’altro canto, appaiono tutt’altro che irrazionali, scomposte e irragionevoli le reazioni degli investitori internazionali; chi specula legittimamente sui mercati non può che collocare le risorse nella maniera più opportuna e meno rischiosa. Come d’altra parte chiunque di noi, nei panni di un istituto di credito, diffiderebbe dal concedere ulteriori prestiti ad un’azienda priva di management dotato di poteri decisionali, chi opera sui mercati internazionali resta comprensibilmente scettico su un’eurozona con tanti timonieri e nessun capitano.

A scapito di un’Europa avvitata in interminabili trattative diplomatiche (come l’ultimo vertice di Bruxelles) sul perfezionamento dei meccanismi di reciproca vigilanza tra Paesi membri sui rispettivi disavanzi, gli Stati Uniti stanno beneficiando, pur caricati di un debito pubblico maggiore di quello aggregato europeo, di tassi di interesse sui propri titoli di stato scesi ai minimi storici: segnale evidente che il credito di fiducia a noi tolto è stato dirottato sull’economia, sul governo e sulla Federal Reserve statunitensi.
La malattia è in pieno corso e richiede una terapia mirata: i sintomi economici di essa, aggrediti senza chiari risultati, spariranno solo attaccando e debellando il virus che è politico.

Per il 2012 non resta che augurarsi quindi che una vera ragion di Stato europea prevalga finalmente su quelle nazionali, facendo vincere il partito di chi guarda con lungimiranza alle sfide geopolitiche del terzo millennio con gli occhi del cittadino europeo, anziché italiano, francese o tedesco. Gli operatori internazionali, con cinico attendismo, si stanno già preparando all’unico altro scenario possibile: con un’Europa abortita, ma con Stati Nazionali riappropriatisi di una propria autonoma politica economica e di una propria moneta, si delineerebbe quantomeno un quadro più chiaro in cui calcolare i rischi di investimento.

Buon 2012 Europa, e tanti auguri di pronta guarigione!

 

1 Commento per “Europa: diagnosi e cura di un continente malato”

  1. ter

    Articolo ben scritto e ma dal mio punto di vista purtroppo sempre completamente ancorato al dogma della crescita e del consumo.
    E’ molto probabilmente vero che l’attuale crisi del debito, particolarmente acuta in Europa, potrebbe essere alleviata o temporaneamente risolta da scelte di politica monetaria e fiscale a livello nazionale e sovranazionale.
    Quello che non mi pare venga considerato è che al di sotto della crisi finanziaria esiste una ben più grave crisi dell’economia reale, una saturazione dei mercati che vivono nel continuo tentativo di indurre nuovi bisogni nelle persone per poter creare e vendere nuovi prodotti. La crescita economica è ormai possibile solo nei paesi “emergenti” e in quelli ancora “arretrati”. L’attuale sistema economico sembra sempre più vicino al proprio limite.
    Inoltre non credo possa essere trascurato il fatto che la crescita e lo sviluppo delle economie non sembrano in alcun modo conciliabili con un mondo in cui le risorse energetiche sono limitate e in cui l’impronta ecologica umana sembra stia largamente superando i livelli di guardia.
    Non ho ancora compreso infine se la qualità della vita dell’uomo sia direttamente proporzionale all’aumento del benessere economico e della disponibilità di nuovi prodotti, nuove tecnologie, nuove comodità o se invece, come inizio a sospettare, sia piuttosto inversamente proporzionale.
    Credo sia necessario prendere in considerazioni nuovi modelli politici, sociali ed economici e valutare la validità di proposte quali modelli di decrescita, localismo. Ad essere messa in discussione è la modernità e la convinzione indistruttibile che, comunque, quello industriale, moderno, è ‘il migliore dei mondi possibile’.

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