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L’economia verde può ridurre le disuguaglianze sociali

di Carlo Buttaroni

Viviamo un mondo di equilibri precari. Anzi di squilibri. Per fare un esempio, gli statunitensi hanno un consumo energetico medio pari a sei volte quello mondiale e quella degli europei è quasi il triplo. Le statistiche, però, spesso giocano brutti scherzi e difficilmente la media di un pollo fra due persone corrisponde a mezzo a testa. Infatti, nel mondo, quasi 2,5 miliardi di persone non hanno accesso ai moderni servizi energetici e 1,5 miliardi vivono senza elettricità. Si stima che con l’attuale tasso di crescita, nel 2030, la domanda di energia sarà superiore del 50% a quella attuale. Alla crescita del fabbisogno energetico contribuirà, in modo considerevole, l’aumento della richiesta proveniente dalle economie in via di sviluppo. Economie che, mentre s’irrobustiscono dal punto di vista economico, riversano il 70% dei rifiuti industriali direttamente nelle acque di superficie.
La domanda e la produzione di energia sta cambiano i baricentri geopolitici. Gli USA, nel 1940, erano il primo produttore mondiale di petrolio. Nel 1972 estraevano ancora 12 milioni di barili al giorno, con una quota pari a un quarto della produzione mondiale. Quarant’anni dopo la produzione statunitense si è ridotta di oltre un terzo, mentre la produzione mondiale è più che raddoppiata, sfiorando i 100 milioni di barili. Oggi, nel mondo, si consumano 1.117 barili di petrolio al secondo e per soddisfare la domanda di greggio, nello stesso arco di tempo, più di 1000 barili di petrolio si spostano da un luogo all’altro del pianeta.
Si stima che un quarto della popolazione mondiale viva attualmente al di sotto dei livelli di povertà e che un miliardo e trecento milioni di persone abbiano un reddito inferiore a un dollaro al giorno. Allo stesso tempo le 200 persone più ricche al mondo hanno un reddito che equivale a quello di un terzo della popolazione più povera.
Ogni anno muoiono per fame 11 milioni di bambini e scompare una porzione di “natura” pari, grosso modo, al Venezuela. Colpa della desertificazione, della crescita urbana e degli sfruttamenti del terreno e del sottosuolo. Basti pensare, per esempio, che estrarre 5 grammi d’oro, produce 2 tonnellate di rifiuti rocciosi e che ogni kg di rame equivale a 300 chili di detriti. Insomma, i conti non tornano.
Per non parlare dei cambiamenti climatici. Dal 1990 al 2009 nel mondo, oltre 650 mila persone sono morte per le conseguenze di uragani, inondazioni, ondate di freddo e di caldo. In complesso circa 14 mila eventi meteorologici estremi che hanno prodotto danni per oltre 2 mila miliardi di dollari.
Secondo il rapporto “A Tool for Integrated Flood Management” del Programma sulla Gestione delle Alluvioni dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale, a causa del riscaldamento globale molti sottosistemi del ciclo globale dell’acqua s’intensificheranno, con conseguente aumento di ampiezza delle alluvioni in molte regioni, oltre che maggiore frequenza delle inondazioni.
Ce ne stiamo accorgendo anche in Italia: le statistiche ufficiali parlano di una diminuzione della quantità media di precipitazioni e, allo stesso tempo, di una forte intensificazione dei fenomeni atmosferici. Vale a dire che in media piove meno, ma quando lo fa è con un’intensità devastante. L’autunno del 2011 è stato drammatico ed emblematico sotto questo punto di vista: l’alluvione e le frane che hanno interessato le cinque terre, poi Genova, infine il messinese. Tre diversi fenomeni paragonabili, per intensità, a vere e proprie tempeste tropicali.
Ed è sufficiente andare indietro nel tempo per avere l’indizio – se non proprio la certezza – che non si tratti solo di eventi unici, irripetibili e senza alcun legame tra loro. Basti ricordare la rovente estate del 1983, che fece registrare temperature record per quasi due mesi; oppure l’autunno caldo del 1990, con punte di calore che sfiorarono quasi i 30 gradi a novembre; o ancora l’uragano del Salento del settembre 2006 o le eccezionali nevicate del 2010, che tra febbraio e marzo imbiancarono la Liguria, la Toscana, il Lazio, la Sardegna. L’ondata di gelo che si è abbattuta in questi ultimi giorni sull’Italia, paralizzando Roma e gettando nel caos i trasporti ferroviari e aerei, isolando città e piccoli frazioni e dividendo il Paese in tanti piccoli sobborghi irraggiungibili, è soltanto l’ultimo episodio di una cronaca che da la sensazione di essere vicini al punto di non ritorno. Una crisi metereologica che si accompagna a un’altra di analoga intensità: quella finanziaria.
E forse non è un caso che la “tempesta perfetta” sia la metafora, allo stesso tempo, dell’economia e del clima. Un linguaggio che si alimenta di riferimenti comuni e parole che descrivono processi e meccanismi talmente “simili” da far pensare a una medesima causa: grandi masse, previsioni fluttuanti, intensificazione dei fenomeni, tempesta finanziaria, gelo delle borse, turbolenze dei mercati.
D’altronde gli eventi estremi della finanza e del clima si riflettono nello stesso specchio e hanno a che fare molto con l’uomo e le sue scelte. E’ per questo che la domanda millenaria su ciò che la natura può fare all’uomo ha avuto un rovesciamento dei termini e oggi ci si chiede cosa l’uomo ha fatto alla natura.
A livello internazionale, le ricerche mostrano come le sperequazioni nell’accesso alle risorse, le differenze di reddito, ̀le disuguaglianze sociali, abbiano un parallelo nel degrado dei suoli, nella crescita dell’inquinamento, nell’uso improprio delle risorse naturali. Squilibri che a propria volta interagiscono con gli effetti ambientali e si autoalimentano a vicenda.
Le stesse ricerche dimostrano che gli investimenti in equità e accessibilità̀ delle risorse producono una crescita sia dal punto di vista economico che della sostenibilità ambientale. Scelte strategiche che sarebbero tanto più efficaci e forti quanto più accompagnate da una maggiore responsabilità all’interno dei processi democratici, avviando così un processo che porterebbe a decisioni migliori. Più equità, più sostenibilità, più consapevolezza, più democrazia: sono questi gli ingredienti per uno sviluppo di qualità e per rispondere alle sfide che abbiamo davanti.
Sfide che richiedono, inevitabilmente, interventi che invertano la direzione di marcia dell’attuale modello di sviluppo, iniquo e non sostenibile. Bisogna fare in fretta perché si stima che entro il 2050 la popolazione del pianeta raggiungerà i 9 miliardi di abitanti, la domanda di alimenti aumenterà del 70% e l’accesso alle risorse energetiche e alimentari si contrarrà all’interno di in una quota di popolazione inferiore rispetto a quella attuale.
Il modo in cui consumeremo e produrremo nel prossimo futuro è la risposta e l’Europa può giocare un ruolo da protagonista nel promuovere un nuovo modello di sviluppo. Un’Europa che deve avere ben chiaro però la sua natura, un po’ meno tecnica e un po’ più politica.
D’altronde consumo e produzione sostenibili costituiscono un obiettivo fondamentale per l’Unione europea dal momento della firma del trattato di Maastricht nel 1992. L’idea principale è quella di soddisfare le esigenze di consumo, in modo tale da non sottrarre alle future generazioni la possibilità di soddisfare le proprie.
La Commissione europea ha già avviato una discussione in tal senso, che riguarda le scelte politiche in quattro ambiti strategici: politiche concernenti la progettazione dei prodotti, il riciclaggio e la gestione dei rifiuti; gli appalti pubblici ecosostenibili; le azioni per migliorare l’efficienza ambientale dei prodotti; le azioni per il miglioramento dell’efficienza ambientale delle organizzazioni.
Il contesto politico per il Piano d’azione sulla produzione e il consumo sostenibili è rappresentato da Europa 2020, che si propone di attuare una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva ed è attualmente la strategia principale dell’Europa per favorire la crescita e l’occupazione. Inoltre, un primo pacchetto di azioni per migliorare l’impatto ambientale dei prodotti e incentivare la domanda di beni più sostenibili è stato inserito nel Piano d’azione sul consumo e sulla produzione sostenibili, pubblicato nel 2008.
Insomma l’embrione di una politica europea c’è, ma è ancora troppo poco e il processo è troppo lento. Occorre fare in fretta e avviare piani più ambiziosi per consentire ai cittadini di scegliere consumi più efficienti sotto il profilo delle risorse e far crescere un’economia adattabile e sostenibile, che crei nuove opportunità, in particolare sul mercato del lavoro.
Gli investimenti necessari per reindirizzare lo sviluppo in questa direzione sono molto superiori a quelli attuali. E occorre un pensiero innovativo perché, anche se meccanismi di mercato e finanziamenti privati saranno decisivi, essi dovranno essere sostenuti e accresciuti da investimenti pubblici attivi.
Garantire che il presente non sia nemico del futuro: questa è la sfida che abbiamo davanti. E dalle risposte che arriveranno si capirà se ha ancora un significato parlare di un soggetto politico europeo.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità del 6 febbraio.

 

4 Commenti per “L’economia verde può ridurre le disuguaglianze sociali”

  1. […] L’economia verde può ridurre le disuguaglianze sociali […]

  2. […] lungo periodo (si pensi alla sicurezza sul lavoro o a quella stradale), mirare ad una più efficace qualità di sviluppo, colmare – non più a chiacchiere – il divario Nord-Sud. Considerati i tempi stringati […]

  3. […] anche: Se con la crisi va in rosso l’industria verde L’economia verde può ridurre le disuguaglianze sociali “Rifiuti Spa”, il rapporto di Legambiente Procedimenti di infrazione, il primato dell’Italia […]

  4. […] anche: L’economia verde può ridurre le disuguaglianze sociali […]

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