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Icone immortali. E macchine da soldi

di Martina Marotta

Negli ultimi tre anni sono avvenute diverse scomparse nel mondo della musica. Ultimo il caso di Whitney Houston, morta due giorni fa alla vigilia dei Grammy Awards. Gli organizzatori di questo importante evento, noto come gli Oscar della musica, hanno stravolto nel giro di poche ore la scaletta del programma per rendere omaggio ad una delle più belle voci degli ultimi 20 anni: cantanti addolorati aggiornavano i loro account Twitter con parole di cordoglio verso la famiglia della Houston, Jennifer Hudson ha omaggiato il suo ricordo con una delle canzoni d’amore più conosciute di tutti i tempi, I will always love you, mitica colonna sonora del film Bodyguard, in cui la Houston peraltro ha recitato nel ruolo di protagonista.
Una delle migliori esponenti musicali non è più tra noi: Time affermò che “se la sua voce fosse stata uno strumento musicale, la sua sarebbe stata uno Stradivari”, e non ci è certo difficile immaginare il perché di tale complimento.
Ma Whitney Houston non è stata l’unica grande perdita. Circa un mese fa, infatti, moriva una delle più belle voci soul americane, Etta James, conosciuta in tutto il mondo per il singolo At last, forse poco nota al pubblico giovane.
Vittima di alcool e droghe come la Houston è stata anche Amy Winehouse, scomparsa a soli 27 anni (ed entrata di conseguenza nella lista di cantanti “maledetti” morti a quell’età, il cosiddetto Club 27), idolo contemporaneo che aveva riportato in vetta alle classifiche il genere blues.
Il 2010 è stato segnato dalla scomparsa di Ronnie James Dio, uno dei cantanti più conosciuti nell’ambito dell’heavy metal, componente dei Black Sabbath e fondatore della band che porta il suo nome, i Dio; si dice sia stato “l’inventore” del gesto delle corna tipico del rock.
Per non parlare del 2009, l’anno della morte del re del pop Michael Jackson, che sconvolse milioni di fan che attendevano proprio in quelle settimane il suo ritorno con concerti fissati in giro per il mondo.
Ironia della sorte, sia Jackson sia la Winehouse che la Houston, erano stati aspramente criticati negli ultimi anni della loro vita, proprio nel momento in cui stavano cercando di riavviare le rispettive carriere. Persone fragili che volevano risollevare il proprio nome e ritornare ad essere quello che erano stati un tempo, simboli di generi che avevano incantato tutto il mondo.
Ma al di là delle vite turbolente (e finite in bolletta), questi artisti restano, grazie alle loro voci impresse nelle menti, icone immortali. E autentiche macchine da soldi, per la felicità delle major.

 

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