Il Settecento a Verona. La nobiltà della pittura | T-Mag | il magazine di Tecnè

Il Settecento a Verona. La nobiltà della pittura

di Stefano Di Rienzo

Attualmente a Verona nel Palazzo della Gran Guardia si sta svolgendo la mostra dal titolo “Il Settecento a Verona: Tiepolo, Cignaroli, Rotari. La nobiltà della Pittura” (26 Novembre 2011-9 Aprile 2012), una grande rassegna espositiva che vuole approfondire un momento della civiltà pittorica scaligera in modo organico ed esaustivo.
La mostra curata da Fabrizio Magani, Paola Marini e Andrea Tomezzoli è incentrata sulle peculiarità che la cultura e le tradizioni pittoriche assunsero nel Settecento a Verona, città che riuscì sempre a mantenere autonomia e originalità rispetto alle correnti dominanti della vicina Venezia.
Sono esposte 150 opere pittoriche, stampe, disegni e libri antichi provenienti dai musei francesi, inglesi, russi, ma anche statunitensi, tedeschi e polacchi nonché da alcune collezioni private. Le sezioni della mostra danno conto della ricchezza e della varietà dei risultati conseguiti a Verona nell’età dei Lumi, nonché nella rete di committenti prestigiosi anche internazionali (Stanislao Augusto Poniatowsky di Polonia, dei Principi di Sassonia e di Clemente Augusto di Baviera) che richiesero opere veronesi.
L’esposizione si apre con l’approfondimento della cultura artistica a Verona a cavallo tra seicento e settecento.
Il XVIII sec. portò un mutamento nello stile pittorico e architettonico di tutta Europa, anche a Verona ci furono cambiamenti che portarono al superamento dello stile barocco, (stile che nella città non aveva riscosso successo avversato da Scipione Maffei) dando inizio al nascere di uno stile roccocò, uno stile più fresco e più sereno di provenienza transalpina che incontrò il favore dei pittori e degli architetti. Verona orgogliosa del suo passato romano e medievale, preferì meditare sulle scelte artistiche e assorbirle secondo il suo gusto e personalità. Rinnovatore della pittura veronese a cavallo tra seicento e settecento fu Antonio Balestra (1666-1740), legato alla cultura classicista e accademica che introdusse nella città una maggiore leggerezza rispetto al Barocco sia nelle opere con soggetto profano sia in quelle di carattere sacro. Nel sacro si può cogliere il radicale mutamento della sensibilità artistica: i santi, ai quali la drammaticità barocca aveva imposto sofferenza diventano nelle tele di Balestra belli anche fisicamente, atletici e privi di tormenti interiori come le opere presenti nell’esposizione: “Teti nella Fucina di Vulcano”, 1717 e “S. Ignazio dispensa grazie”, 1724. Altra importantissima personalità che influenzò la pittura del primo settecento presente in mostra con alcune delle sue maggiori opere, (“Caduta della Manna”, 1704 “Betsabea al Bagno,” 1690-1700) è il francese Louis Dorigny (1654-1742) pittore di grande successo che raccolse committenze importanti per dogi, patrizi veneziani con costruzioni di grande teatralità e impatto visivo. Quello di Dorigny è un roccocò elegante, decorativo e scenografico dove i suoi soffitti decorati appaiono “sfondati” con giochi architettonici di colonne, archi e logge su cui colloca personaggi.
Un’importante sezione è dedicata ai vedutisti settecenteschi quali Gaspar Van Wittel (1653-1736) olandese italianizzato in Vanvitelli, “Veduta di Verona con l’Adige e la chiesa di s. Giorgio in Braida”, 1720 e Bernardo Bellotto (1720-1780) nipote del celebre Canaletto, “Veduta di Verona con Castelvecchio da monte del ponte scaligero”, 1745 che con i loro paesaggi e le città offrono un’inestimabile e affascinante testimonianza della bellezza di Verona nel XVIII sec., considerata all’epoca città d’arte a livello internazionale entrando a far parte del cosiddetto “Grand Tour”, un itinerario turistico alla scoperta dell’Italia che nobili di tutta Europa compiono come parte fondamentale della propria formazione umanistica.
Uno dei momenti più entusiasmanti della mostra è la ricostruzione virtuale del “Trionfo di Ercole”, opera di Giambattista Tiepolo (1696-1770) realizzata nel 1761 per Palazzo Canossa a Verona. L’immensa superficie affrescata, (14mx8m) fu distrutta in parte nell’ultimo giorno della seconda guerra mondiale il 25 aprile 1945, quando i nazisti nel lasciare Verona minarono tutti i ponti e li fecero saltare nella speranza che ciò avrebbe garantito una più sicura ritirata verso la Germania, l’esplosione fu di tale potenza che molti furono i danni subiti negli edifici limitrofi tra cui Palazzo Canossa. L’opera del Tiepolo si distaccò dal supporto e precipitò sul pavimento sbriciolandosi in migliaia di frammenti che vennero raccolti in alcune casse che ancora oggi si trovano conservati nel palazzo. Nel drammatico ultimo periodo di guerra, temendo di un danneggiamento dell’affresco era stato eseguito un rilievo fotografico in bianco e nero. Sulla base di queste immagini è stata effettuata una ricostruzione virtuale che è stata esposta in questa mostra. Grazie all’analisi dei pigmenti usati dall’artista è stato quindi possibile creare una riproduzione virtuale di come poteva apparire il dipinto nello splendore della sua colorazione originale. L’opera ricostruita del Tiepolo è una delle opere più interessanti nell’allestimento espositivo. Il modello di grande formato diventerà un importante documento per l’originale e andrà ad impreziosire il nuovo allestimento permanente del “Museo degli Affreschi Cavalcaselle” presso la Tomba di Giulietta. Inoltre in questa sezione sono presenti gli ovali affrescati delle sovrapporte di Palazzo Canossa staccati e montati su pannelli mobili in cui sono rappresentati personificazioni allegoriche e virtù. A completamento della sala vi sono alcuni frammenti originali dell’affresco di Palazzo Canossa ricomposti in una sorta di puzzle che permette di apprezzare la straordinaria tecnica dell’artista veneziano.
La speranza è che sulla spinta di questa mostra si possa avviare un’opera di ricostruzione dell’affresco utilizzando i frammenti originali dello strato pittorico, si utilizzerebbe una tecnologia simile a quella impiegata per il restauro della Basilica di S Francesco di Assisi danneggiata dal terremoto nel 1997. Con l’ausilio di moderni programmi computerizzati per la mappatura delle sfumature cromatiche è stato possibile il riposizionamento di centinaia di migliaia di frammenti di intonaco anche di dimensioni microscopiche.
I due pittori di successo non solo sulla scena veronese ma che trovarono appassionati estimatori nelle corti di mezza Europa protagonisti di questa esposizione in cui è dedicata un’ampia sezione sono: Giambettino Cignaroli, (1706-70), un classicista in pieno roccocò, allievo di Balestra e Dorigny. Le sue pale d’altare sono caratterizzate da una quasi esasperata perfezione formale e tecnica, le sue figure sempre eleganti e luminose, gli vennero commissionate da numerose chiese anche fuori dai confini veronesi fino alla corte spagnola. In occasione di questa mostra sono giunte dal museo del Prado di Madrid la spettacolare “Madonna col Bambino l’angelo custode e i santi Lorenzo, Lucia, Antonio da Padova e Barbara.” La grande pala fu commissionata al Cignaroli nel 1759 per il Palacio Real del la Granja de San Ildefonso a Segovia. Tale fu il prestigio di cui godette, (l’imperatore d’Austria visitò il suo studio a Verona) che allo stesso artista fu affidata la fondazione e la direzione dell’Accademia d’Arte di Verona.
Altro protagonista del settecento e contemporaneo del Cignaroli è Pietro Antonio Rotari, (1707-1762) in cui una sezione della mostra è dedicata alla sua ritrattistica. Di nobili origini Pietro studia pittura a Verona sua città natale, Venezia, Roma e Napoli. Torna di nuovo a Verona dove esegue opere per chiese cittadine e va all’estero esattamente a Vienna dove incomincia a realizzare alcuni ritratti di fanciulle e giovinette con sfumature espressive colme di fascino. Rotari da Vienna passa a San Pietroburgo dove entrando in confidenza con l’imperatrice Caterina II lo nomina “pittore primario”, definito così per aver lavorato a lungo a servizio degli zar della corte russa. In breve tempo diventa un grande pittore, i suoi ritratti sono richiestissimi dai nobili e i suoi rapporti con l’Imperatrice diventano molto stretti.
I ritratti del Rotari sono estremamente vivi ed espressivi, presi singolarmente e nel loro insieme rappresentano un’opera originale e modernissima e lasciano lo spettatore spesso attonito di fronte alla capacità di esprimere sentimenti, stati d’animo, pensieri e caratteri quasi che il pittore sia riuscito a raffigurare l’anima del proprio soggetto. Abbiamo espressioni e pose ammiccanti, benevole, tristi, maliziose, assonnate, rese con una grande capacità tecnica in cui lo spettatore viene assorbito a lungo. Le principali opere presenti nella mostra sono: “Giovane dotta in costume ungherese”, “Giovane donna con copricapo di pelliccia”, “Ragazzo con mano sul mento.” I due artisti veronesi furono emblemi di un classicismo di grande innovazione e modernità grazie alla protezione di un altro grande veronese Scipione Maffei che ha dominato la pittura dell’intero secolo.
Una sezione dell’esposizione è dedicata ai libri illustrati dove è presente la figura eclittica di Scipione Maffei (1675-1755), poeta, giornalista, saggista, storico, una personalità di maggiore spicco a cavallo tra XVII e XVIII sec., che seppe conquistarsi ammirazione in molti ambienti culturali europei. L’amore per i libri e la cultura era un concetto così moderno in Maffei che egli concepiva un’idea di universalità, a questo proposito si spese per la costituzione di biblioteche aperte al pubblico dove ciascun cittadino anche privo di mezzi economici potesse avere accesso. La sua più grande opera è la “Verona Illustrata” pubblicata nel 1732, un trattato sulla storia di Verona, una sorta di guida turistica per la conoscenza della città ad uso dei cittadini e forestieri. Nello stesso anno inizia il suo viaggio che lo porta in giro per l’Europa in Svizzera, Francia, Inghilterra dove le sue imprese letterarie gli diedero grande notorietà internazionale soprattutto l’opera teatrale “Merope”. Oltre alla “Verona Illustrata sono presenti altri libri in mostra “Memorie del General Maffei” (1737), “Museum Veronese” (1749), “Orazione funebre in morte del marchese Scipione Maffei” (1755).
Per finire una sezione è dedicata anche alla scultura veronese, in cui lo stile è caratterizzato da una grande correttezza ed eleganza formale che si coniugava con una caratteristica torsione dei corpi ancora di derivazione seicentesca, un calibrato bilanciamento dei pesi che invita lo spettatore a guardare l’opera da più lati. Presente in mostra è il meraviglioso “S. Giuseppe” di Diomiro Cignaroli (1718-1805).
L’esposizione è integrata da itinerari che guideranno il visitatore da un lato alla scoperta di opere d’arte sacra conservate nelle chiese di Verona, dall’altro a straordinari interventi pittorici realizzati per palazzi e ville signorili della città e della provincia che sveleranno il secolo d’oro della decorazione delle ville venete.

 

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