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L’Europa ai tempi della crisi economica

di Fabio Germani

Chi sta tentando di risolvere la crisi sostiene che in ballo ci sia la sussistenza democratica dell’Europa. Chi ci sta, ci sta e accetta (o subisce) i dettami. Chi non ci sta, rivendica la propria sovranità. In entrambi i casi, tuttavia, emerge una, seppure apparentemente contraddittoria, difesa del pilastro democratico.
L’accordo raggiunto nella notte che dà il via libera al secondo piano di salvataggio da 130 miliardi di euro da destinare alla Grecia è certamente una buona notizia (non fosse altro che il rischio default sarebbe stato altrimenti alle porte per Atene), ma include allo stesso tempo una serie di aut aut sintomatici del mutamento in seno all’Unione europea. Si fa fatica, infatti, a ricordare una precedente occasione in cui determinati vincoli fossero imposti non solo ai governi, ma anche ai partiti prossimi alle elezioni e dunque prossimi, a seconda del responso delle urne, a guidare il Paese. Ma sia beninteso: il caso greco è emblematico poiché il collasso paventato ha semplicemente formalizzato quella che ormai sembra una sorta di prassi. L’Italia non è tanto distante e neppure la Spagna, novella osservata speciale.
Ciò che il nostro governo tecnico sta facendo – al di là di quelle che furono le richieste di Bruxelles al vecchio esecutivo (risanamento dei conti, riforme strutturali) – condizionerà la vita dei partiti i quali sono in queste ore alle prese con l’appropriazione dell’operato di Monti e dei suoi ministri. Tanto che ci si arrampica sugli specchi a chiedersi se le misure intraprese finora siano di destra piuttosto che di sinistra (nel fine settimana a tale proposito c’è stato uno scambio di opinioni a distanza tra Walter Veltroni e Stefano Fassina e già si mormora di una frangia all’interno del Pd dei “montiani”). I partiti – e in questo senso molto ci diranno gli esiti delle trattative sulla legge elettorale – sono così impegnati a intercettare l’area del non voto, quella cospicua parte di cittadini che pur non cavalcando l’onda dell’antipolitica avverte una scarsa rappresentanza nelle forze politiche.
Qualsiasi mutamento è dunque strettamente collegato e la crisi sta mettendo in evidenza le lacune e le divergenze che per anni hanno limitato il carattere sovranazionale dell’Ue. Si è spesso parlato di un’Europa a due velocità, circostanza reiterata a maggior ragione l’indomani dell’accordo sul nuovo patto di bilancio, un processo intergovernativo da cui la Gran Bretagna si è autoesclusa. Eppure il premier italiano Monti (insieme a David Cameron, guarda caso) sta ridefinendo i confini europei. La lettera inviata a Herman Van Rompuy e a Josè Manuel Barroso – firmata da Italia, Gran Bretagna Olanda, Estonia, Lettonia, Finlandia, Irlanda, Repubblica Ceca, Slovacchia, Spagna, Svezia e Polonia – parla a nuora perché suocera intenda. Le richieste sono chiare: rafforzare il mercato interno unico, ridurre le “garanzie implicite per salvare sempre le banche, che distorcono il mercato”, promuovere la crescita e l’occupazione giovanile e femminile. Un avvertimento a Berlino e a Parigi che ne sono rimaste fuori, insomma: non è con il solo rigorismo imposto che si può superare la crisi.
La democrazia è a rischio quando vengono meno dei modelli, dei valori condivisi che l’alimentano. C’è una deriva antidemocratica in Europa, per quanto celata? Assolutamente no. C’è però l’urgenza di un repentino cambio di passo e di strategie comuni. Già che se ne discuta, è almeno un inizio.

 

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