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Il “rigorismo” non è più sufficiente

di Emanuele Canegrati

C’è da essere d’accordo con il Financial Times e lo Spiegel quando prevedono che anche il secondo pacchetto d’aiuti destinato alla Grecia finirà in un nulla di fatto. Non ci dimentichiamo che, con l’approvazione della prima tranche di aiuti, nel 2010, l’Unione Europea credeva che il problema greco potesse considerarsi risolto. Come possiamo vedere, non sono nemmeno passati due anni e siamo di nuovo a dover sborsare altri 150 miliardi di euro. Il vero problema del piano di rientro imposto al governo di Atene è che non è sostenibile, dato lo scarso potenziale di crescita che la Grecia possiede. Non è possibile continuare ad alzare le tasse, licenziare dipendenti pubblici, peggiorare continuamente il potere d’acquisto delle famiglie e poi pretendere che l’economia, in qualche modo, si sistemi. Certamente, c’è una possibilità che il debito anziché diminuire possa aumentare, per via della creazione di nuovi deficit di bilancio che si verrebbero a creare se il gettito delle entrate non fosse sufficiente a compensare le spese pubbliche. Ed è uno scenario realistico, se si pensa che la disoccupazione è a livelli record e che le imprese greche sono tutte in perdita. In questo stato di cose il gettito delle tasse non può fare nient’altro che calare. La Grecia avrebbe bisogno di rilanciare l’economia dal lato dell’offerta, mediante l’abbassamento delle imposte e la ristrutturazione dei suoi processi produttivi. Ma con il piano di rientro in atto, tutto questo non sarà possibile. Per quanto riguarda gli effetti della crisi greca sull’Eurozona si può essere invece più ottimisti, in quanto l’unico vero impatto significativo sugli operatori economici europei è quello che si avrà sulle banche che detengono nei loro portafogli titoli di debito greco. Non vi è un concreto rischio contagio. Quello che preoccupa, al contrario, è la politica rigorista e dirigista imposta dall’asse Merkel-Sarkozy, che sta strangolando l’economia europea.
Con quella lettera, tutti i paesi europei che non si riconoscono nella visione tecnocratica franco-tedesca hanno voluto lanciare un segnale deciso a Parigi e Berlino, una sorta di avvertimento che dice “O si cambia, o si muore”. La Germania, anche in virtù della sua storia, ha sempre avuto un atteggiamento fobico nei confronti dell’inflazione e del debito pubblico. Soprattutto perché il popolo tedesco sperimentò il fenomeno dell’iperinflazione dopo la prima guerra mondiale, fattore che si rivelò decisivo per l’ascesa di Hitler al potere. Questa visione dell’economia, sposata purtroppo anche dalla Francia, ha imposto nei trattati un controllo maniacale dell’inflazione, che ha sempre comportato l’esistenza di alti tassi d’interesse e poca liquidità. Con Trichet i mercati finanziari si sono letteralmente prosciugati. Solo con l’avvento di Draghi, che ha cambiato totalmente approccio di politica monetaria, gli istituti finanziari hanno cominciato a rivedere un po’ di liquidità. E i risultati si stanno lentamente vedendo. Parallelamente, l’onere sulle finanze pubbliche imposto nel trattato di Maastricht e successive revisioni, ha legato le mani ai ministri del Tesoro, obbligandoli a perseguire continue manovre fiscali restrittive che hanno provocato una stagnazione dell’economia europea come mai si era vista prima. Sicuramente la divisione che si sta venendo a creare potrà portare a tensioni tra Germania e resto dell’Europa, ma è la stessa Germania che dovrà riflettere sul perché il resto dell’Europa non vuole più seguire i suoi diktat.
L’Europa ha puntato troppo sul costruire un sistema burocratico e centralizzato di regole e non ha puntato sulla filosofia del “doing business”, che richiede l’esatto opposto: poche regole (ma fatte rispettare categoricamente), poca burocrazia, molte idee e un maggior spirito imprenditoriale. Non ha inoltre mai affrontato il problema dell’armonizzazione della fiscalità diretta, che andrebbe attuata attraverso l’introduzione di una flat tax sui redditi da lavoro e da impresa. Intendiamoci bene, mirare al pareggio di bilancio è una cosa moralmente giusta e onorevole. Per troppi anni i governi hanno speso al di sopra delle loro possibilità ed è giusto pensare al modo per ridurre i debiti sovrani. Ma il consolidamento dei conti pubblici non deve diventare un dogma assoluto, che sacrifichi qualsiasi altro obiettivo, soprattutto in termini di crescita. Non si può obbligare gli Stati a consolidare i loro bilanci in una fase così recessiva dell’economia. Si creerebbe, e di fatto si è già creato, un devastante effetto avvitamento per via del quale le manovre recessive deprimono la crescita, riducono il gettito delle imposte creando così deficit di bilancio, che alimentano nuovo debito pubblico per abbattere il quale è necessario effettuare un’altra manovra correttiva e così via, ad libitum. E’ necessario che, se mix deve essere, in questo momento la componente prioritaria sia assegnata alle politiche di crescita e non a quelle di consolidamento. Altrimenti, nuovi casi Grecia potrebbero presto emergere.

Emanuele Canegrati è Dottore di ricerca in Economia pubblica all’Università Cattolica di Milano, Visiting Researcher presso lo STICERD Center della London School of Economics dal 2006 al 2008 e presso il Luxembourg Income Study Office nel 2009. Dal 2010 giornalista per l’Occidentale ed economista per la Fondazione Magna Carta. Consulente economico per la pubblica amministrazione. Autore di diverse pubblicazioni internazionali tra le quali “Economics of Taxation” (Novascience, New York).

 

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