Usa 2012. L’analisi in attesa del Super Martedì | T-Mag | il magazine di Tecnè

Usa 2012. L’analisi in attesa del Super Martedì

di Antonio Caputo

Ultimo appuntamento (solo repubblicano) prima del tanto atteso Super Martedì che potrebbe (ma non è detto) rivelarsi decisivo per la corsa alla nomination repubblicana: la carovana delle primarie resta nel West, spostandosi però da Cheyenne, Capitale del Wyoming, in cui si è votato mercoledì, ad Olympia, Capitale del Washington, chiamato al voto sabato.
Lo Stato di Washington, ai confini col Canada, nel Nord della Costa Pacifica non va confuso col Distretto di Columbia (DC), nel quale si trova la Città di Washington, Capitale degli Usa. Proprio per evitare confusioni, le denominazioni sono ben distinte: si usa semplicemente “Washington” quando ci si riferisce allo Stato (quello, appunto, chiamato al voto nei caucuses repubblicani dell’altroieri); se, invece, si parla della città, si usa “Washington/DC” (D.C. = District of Columbia; che comprende il solo territorio comunale della Capitale federale).
Fatta questa premessa, passiamo all’esito, senza sorprese, del caucus repubblicano: come previsto, si aggiudica la vittoria l’ex governatore del Massachusetts, Mitt Romney, con un dato del 37,7%. Segue, dopo un lungo testa a testa per aggiudicarsi la “piazza d’onore”, al 24,8, il deputato libertario Ron Paul; terzo l’ex senatore italoamericano Rick Santorum, al 23,8; a chiudere, con il 10,3% (dato comunque a due cifre), l’ex speaker della Camera, Gingrich, che subisce l’ennesima batosta; un 3.3%, infine, di voto neutrale (“uncommitted”).
Difficili i confronti con quattro anni fa, perché quest’appuntamento precede, quest’anno, di pochi giorni il Super Martedì, a differenza del 2008, quando fu il Super Martedì a svolgersi pochi giorni prima del caucus di Washington. Proprio il Super Martedì, che quattro anni fa coinvolse 23 Stati e quest’anno “si limita” a 13 (e senza più New York e California), nel 2008 decretò la sconfitta ed il conseguente ritiro di Romney, il quale sospese la campagna elettorale. Pertanto il suo dato di allora, fermatosi al 15%, rispetto al 26% del vincitore McCain, che batté sul filo di lana il pastore battista Huckabee, al 24% (e si può immaginare come i sostenitori di Huckabee del 2008 si siano ora riversati su Santorum), non è paragonabile all’odierna vittoria. Stabile Paul (allora al 22%).
Territorialmente, emerge una prevalenza abbastanza uniforme per Romney: più accentuata nell’area metropolitana (Seattle e dintorni), dove sale anche il dato di Paul; meno netta nelle zone rurali, nei vasti spazi della regione centrorientale dello Stato, lontani dalla regione di Seattle; aree rurali dove, invece, fa meglio Santorum.
Incombe ormai alle porte il Super Martedì: numerosi gli Stati coinvolti, per i democratici (dove Obama corre in molti casi senza avversari), come per i Repubblicani. Per il Gop in particolare, dieci Stati al voto: due (Massachusetts e Vermont) nel Nordest, dove è scontata la vittoria di Romney, che gioca in casa; altrettanti (Ohio e North Dakota) nel Midwest, arene assai competitive, dove il risultato è in bilico tra il miliardario mormone e Santorum; altri due (Idaho, Hawaii) nel West, dove Romney parte favorito; e quattro (Georgia, Oklahoma, Tennessee, Virginia) al Sud, tallone d’Achille per l’ex governatore del Massachusetts, e roccaforte dell’ex speaker della Camera, Gingrich. Le difficoltà di Romney in quest’area costituiscono il principale ostacolo per la sua nomination, ma la forza di Gingrich, potrebbe rivelarsi, paradossalmente, un vantaggio per il miliardario mormone: l’ex Speaker infatti, salvo clamorosi ribaltoni è ormai fuori dai giochi, e qualche vittoria in qualche Stato domani, potrebbe più che altro prolungarne l’agonia, ma senza dargli chances effettive; ma potrebbe, Gingrich, ottenendo una buona performance, danneggiare l’unico vero avversario di Romney, ossia Santorum, sottraendogli voti conservatori.
In tutto ciò Obama osserva tranquillo lo “scorrere del sangue” tra i repubblicani: un partito diviso, con candidati deboli, e percepiti come non in grado di rappresentare un’alternativa credibile al Presidente uscente, potrebbe regalare un secondo mandato alla Casa Bianca all’attuale inquilino, la cui popolarità non è elevatissima, ma che di fronte ai suoi avversari, sembra davvero correre sul velluto.

 

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