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L’Italia rischia il “suicidio demografico”?

Il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, lo ha persino definito un “suicidio demografico”. Il calo delle nascite in Italia, sostiene, è “il suicidio di una nazione che non guarda avanti perché ha paura del futuro”. E anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione della Giornata internazionale della Donna, è stato eloquente su questo fronte: “Una riforma del mercato del lavoro darebbe più sicurezza economica ai giovani” e incentiverebbe “anche una maggiore propensione ad avere figli”, un vantaggio per l’economia del Paese. Ma come stanno realmente le cose?
In Italia il numero medio di figli per donna si attesta a 1,41 con valori pari a 2,23 per le donne straniere e a 1,31 per quelle italiane. Nel 2009 sono stati celebrati circa 231 mila matrimoni, 16 mila in meno rispetto all’anno precedente (dati Istat). In altri termini: ci si sposa sempre meno. E anche più tardi. Infatti, l’età media al primo matrimonio è di 33,1 anni per gli uomini e di 30,1 anni per le donne. Rispetto al 1980 si è verificato uno spostamento in avanti di almeno sei anni.
“I bassi livelli di fecondità, congiuntamente al notevole aumento della sopravvivenza – spiega l’istituto di statustica –, rendono l’Italia uno dei Paesi più vecchi al mondo. Al 1 gennaio 2011 si registrano 144,5 anziani ogni cento giovani. È un trend destinato a crescere: secondo le previsioni attuali, nel 2050 ci saranno 256 anziani ogni cento giovani. L’indice di vecchiaia (rapporto percentuale tra la popolazione di 65 anni e più la popolazione fino a 14 anni) è passato da 111,6 nel 1995 a 144,5 nel 2011. Questa tendenza proseguirà anche nei prossimi anni: secondo le stime, l’indice sarà pari a 205,3 nel 2030, a 256,3 nel 2050. Il Sud (Isole escluse) si conferma l’area territoriale più giovane del Paese: l’indice di vecchiaia è pari a 119,3 rispetto a 158,5 del Nord-ovest e 160,4 del Centro”.

 

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