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Il divario Nord-Sud e le possibili vie di uscita

Il presidente della Repubblica, Gorgio Napolitano, lo ha ricordato non molti giorni fa in occasione dell’incontro Il Nord e il Sud dell’Italia a 150 anni dall’Unità promosso dall’Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno (Svimez): “Le prospettive di ripresa del processo di crescita dell’Italia sono strettamente legate alla piena valorizzazione di tutte le nostre risorse, a cominciare da quelle del Mezzogiorno. Tale consapevolezza deve guidare le azioni di risanamento e di riforma da promuovere nel quadro di una nuova visione di più avanzata integrazione e di solidale sviluppo dell’Europa”.
Di certo c’è, tuttavia, che la crisi economica ha aumentato il divario tra Nord e Sud. Dall’estate del 2007 al 2012 il Sud ha perso oltre l’8% di Pil. Troppo rispetto al -4% del Nord. E, secondo la Svimez, ci vorranno quarant’anni prima di tornare ai livelli pre-crisi. Nel 2050, secondo le stime dell’associazione, ci saranno due milioni di giovani in meno nel Mezzogiorno.
Il 10 febbraio, sul Foglio, Roberto Volpi spiegava che è sufficiente la demografia, anziché i soliti indicatori economici, per comprendere quali siano i ritardi strutturali del Sud: “Il Mezzogiorno è all’avanguardia in Italia, e dunque a maggior ragione nel mondo – non sembri una bestemmia – per i processi di denatalità, del crollo della fecondità femminile, di invecchiamento della popolazione, di correnti migratorie in uscita e di spopolamento. Solo le correnti migratorie in uscita rappresentano una costante di quelle regioni, tutto il resto è novità degli ultimi anni […]. Secondo le ultimissime previsioni a lunga scadenza della popolazione italiana da qui a mezzo secolo, a fronte di una popolazione pressoché costante il mezzogiorno perderà oltre quattro milioni di abitanti e il suo peso percentuale sul totale degli italiani scenderà di ben sette punti passando dal 34,5 per cento di oggi (era più del 36 per cento meno di un decennio fa) al 27,5 per cento […]. Venti anni. Venti anni e le regioni meridionali saranno le più vecchie e le più vuote”.
I dati, nella loro complessità, sembrano confermare la ripartizione geografica relativa alla percezione ottimistica (o pessimistica) riguardo la ripresa economica del Paese. I più pessimisti, guarda caso, si trovano al Sud (sondaggio Eurispes). Almeno il 75,6% del campione (ben al di sopra della media nazionale) considera “nettamente peggiorata” la condizione economica italiana.
Come può uscirne dunque il Meridione? Incrementando gli investimenti, sostiene la Svimez. In particolare, sottolinea l’associazione presieduta da Adriano Giannola, attraverso la “restaurata” centralità del Mediterraneo, la fiscalità differenziata e una politica industriale che valorizzi i territori, mirando soprattutto all’energia e alle attività portuali. Il giovamento, è assai probabile, si avvertirebbe anche in termini di rinnovato ottimismo.

F. G.

 

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