La depressione al tempo della crisi | T-Mag | il magazine di Tecnè

La depressione al tempo della crisi

di Fabio Germani

Disoccupazione a livelli record. Aziende strette dal credit crunch e dal ritardo dei pagamenti. La crisi colpisce tutti, indistintamente. Giovani che non trovano lavoro. Cinquantenni che lo hanno appena perso. Imprenditori pieni di debiti e a rischio fallimento. Pensionati ai quali è stato tagliato l’assegno. E nel frattempo aumentano i suicidi, l’ultimo in ordine di tempo martedì. “I collegamenti tra suicidi e crisi economica, in particolare la disoccupazione, sono stati spesso messi in evidenza nelle ricerche psicosociali”. Guido Sarchielli è professore ordinario di Psicologia del lavoro e delle organizzazioni all’Università di Bologna ed è alla sua conoscenza che affidiamo un’analisi su un fenomeno tutt’altro che casuale. Anche il premier Monti si è detto rammaricato nell’intervista a La Stampa di mercoledì. “Ci sono studi, anche se parziali – spiega il professore a T-Mag –, che mostrano un incremento dei suicidi nelle fasi di depressione del ciclo economico. Naturalmente, si tratta di correlazioni su grandi numeri. Il suicidio come atto individuale è un fenomeno complesso, determinato da molte cause. Si pensi, oltre alla disoccupazione, a fattori come la povertà, la perdita di legami affettivi, la presenza di squilibri psicologici. Esso si sviluppa lungo un percorso temporale che mostra una sequenza di avversità di vario tipo che colpiscono una persona (è difficile che un singolo evento anche grave divenga la causa principale). I fattori di rischio prevalenti colpiscono più facilmente certe classi d’età (tra 25 e 55 anni) e soprattutto gli uomini. Sicuramente il clima di job in security, e non solo la disoccupazione in senso stretto, rappresenta una concausa di possibili scelte disperate. Tuttavia – aggiunge Sarchielli –, molto dovrebbe essere fatto in termini di prevenzione e su questo aspetto in Italia la sensibilità sociale non si traduce ancora in atti concreti. Bisognerebbe partire da un’attenzione a non esaltare, nelle comunicazione di massa, l’esistenza di legami diretti tra disoccupazione e suicidio. Ciò è semplicistico, fuorviante e addirittura controproducente in quanto rischia di aumentare una sorta di ‘contagio sociale’. Poi, naturalmente , sarebbe necessario prevedere una razionale strategia sociale di contrasto ai rischi personali legati alla disoccupazione e alle altre emergenze economiche. Ciò significa coinvolgere le istituzioni pubbliche e private, compresi i sindacati, in piani concreti per garantire forme di sostegno psicologico, oltre che materiale, specializzate per affrontare le situazione di ‘stress da lavoro perduto’ e spesso i servizi pubblici sociali e sanitari non sono ancora attrezzati per questa attività e per questo tipo di utenti; facilitare l’integrazione sociale del disoccupato nelle comunità locali (promuovere gruppi di auto-aiuto, reti di relazione solidale e attività che riducano di individualizzazione della situazione) allo scopo di contrastare l’isolamento sociale che spesso caratterizza i disoccupati; incrementare l’accessibilità a servizi per il lavoro in grado di far parlare di sé, ascoltare e orientare anche queste persone in difficoltà”.

Professor Sarchielli, quali dinamiche coinvolgono gli individui in questi momenti di difficoltà e quali strumenti per difendersi?

È stato messo in evidenza sin dagli studi psicologici sulla disoccupazione degli anni ’30 come tale condizione di vita incida negativamente sulle varie sfere dell’esistenza personale. Lo stato psicologico del disoccupato risulta fortemente influenzato dall’abbassamento della stima di sé, dall’insorgenza di ansia, depressione, angoscia, sentimenti di colpa e di vergogna. Il perdere il lavoro o non riuscire a trovarlo si esprime attraverso sentimenti di disorientamento, di incredulità, di paura di non farcela, di abbandono da parte delle persone significative e delle istituzioni. La reazione prevalente è di tipo depressivo, di ritiro sociale, di “ruminazione” di sentimenti di fallimento, di demoralizzazione con un conseguenze blocco della progettazione di sé e una riduzione della prospettiva temporale entro cui pensare alla propria vita. Tuttavia, specie nei più giovani, sono frequenti l’irritazione e l’ostilità sociale, l’aggressività e risposte trasgressive sia personali (consumo di tabacco, alcool, psicofarmaci e “sostanze”) e sociali (condotte di devianza). L’esperienza della disoccupazione, specie se di lunga durata, incide anche sulla salute psicofisica, aggravando stati patologici o l’equilibrio psicologico precedente e attivando sintomi di vario tipo come l’insonnia, l’inappetenza e vere e proprie sindromi psicosomatiche.
Le conseguenze della disoccupazione non sono di natura psicologica, ma toccano le relazioni sociali (con un tendenziale isolamento e passività) e quelle familiari (conflitti e crisi di coppia e nei rapporti con i figli non solo per l’abbassamento del livello di vita, ma anche per il clima di insicurezza, preoccupazione e litigiosità che si vive famiglia). Va ovviamente segnalato che il punto di partenza di questi possibili effetti è di natura economica (riduzione drastica del reddito e dei consumi, inserimento lavorativo spesso compromesso) e sociale (perdita di status sociale, crisi della propria reputazione di cittadino, di padre/madre adeguato/a, di capo-famiglia)
Fortunatamente questi effetti non sopravvengono obbligatoriamente tutti e tutti insieme e non necessariamente si ha un percorso uguale per tutte le persone. Molto dipende dalle risorse sociali disponibili alla persona e dalle sue risorse psicologiche e competenze. Le armi per contrastare le conseguenze della disoccupazione sono sostanzialmente di tre tipi: a) migliorare il sistema di welfare (che su questo punto in Italia è del tutto carente) e i servizi per il lavoro per attenuare la fonte principale da cui derivano le conseguenze sopra ricordate; b) potenziare le forme di sostegno sociale e psicologico per ridurre la tendenza alla colpevolizzazione e all’isolamento del disoccupato; in tale direzione dovrebbero essere indirizzati i servizi pubblici che tutelano la salute e il benessere dei cittadini; c) arricchire le competenze psicosociali della persona (stima di sé, resilienza, capacità di gestire eventi avversi) per affrontare le difficoltà del mercato del lavoro. Ciò, in particolare per i giovani, significa potenziare le capacità di orientamento, sviluppare nuovi significati del lavoro, migliorare le capacità di gestione delle carriere. Per questo compito la Scuola e l’Università dovrebbero meglio attrezzarsi con specifici servizi anche di natura psicosociale.

Saprebbe indicare quante persone, e quali tipologie, ricorrono all’aiuto degli specialisti per superare i momenti più critici?

Si stanno sviluppando in Italia forme più o meno embrionali di servizi di aiuto psicologico per i disoccupati. Non si hanno però dati su questi programmi di azione, che spesso nascono su base volontaristica e di impegno personale degli psicologi. Si può ragionevolmente pensare che coloro che hanno livelli culturali e sociali più elevati possano usufruire meglio di questi servizi come pure coloro che stanno meglio economicamente possono cercare più facilmente servizi di cura privati. Il problema maggiore riguarda le fasce “socialmente deboli” per le quali vi è maggiore vulnerabilità e, nello stesso tempo, un paradossale ridotto accesso ai servizi e, dunque, un maggiore rischio di marginalizzazione sociale.

Dall’ultima indagine Tecnè è emerso che il 56% degli intervistati sente il bisogno di manifestare atti di solidarietà. A suo avviso anche questo aspetto è sintomatico della crisi economica che stiamo vivendo?

La tendenza riscontrata dalla ricerca Tecnè relativa all’aumento di atteggiamenti di solidarietà appare sicuramente interessante. Può essere intesa come un sintomo che il corpo sociale “rinserra i ranghi” per contrastare collettivamente le difficoltà comuni. Del resto, lo sviluppo del cosiddetto terzo settore e del volontariato in generale va nella stessa direzione. Risulta plausibile utilizzare questa tendenza culturale favorevole al coinvolgimento collettivo per preparare il terreno per programmi sistematici e servizi di aiuto a livello locale per coloro che hanno difficoltà occupazionali.

 

3 Commenti per “La depressione al tempo della crisi”

  1. signor monti e compani avete nelle vostre coscienze le morti che si stanno verificando per colpa vostra i soldi cercali ai partiti politici che si sono mangiati l’italia e non ai poveri pensionati lavoratori stai facendo cassa su qust’ultimi tocca la casta di questi soldi dei partiti nessuno sa niente come al solito tanto tutti necheranno e tutto finirà come al solito tutti assolti e continueranno a fare la stessa vita da nababbi che se ne fregano chi arriva alla fine del mese ed ancora andate cercando i voti vergogna all’infinito chi vi crede che da quanto governate avete pensato solo per le vostre tasche.

  2. […] anche: La depressione al tempo della crisi – Intervista al Professore ordinario di Psicologia del lav… […]

  3. […] propria esistenza. Una condizione umana – per cui il professor Guido Sarchielli ci aveva spiegato in una intervista che “ci sono studi, anche se parziali che mostrano un incremento dei suicidi nelle fasi di […]

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