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Articolo 18, ora evitare le trappole dell'aula
di Paolo Baroni

Il compromesso finale sulla riforma del lavoro accontenta i partiti, certamente più il Pd del Pdl, va incontro alle richieste della Cgil e lascia molto insoddisfatte le imprese.

Sul nodo più delicato rimasto fino a ieri in sospeso, quello dei licenziamenti per motivi economici, il pressing del Pd è riuscito a spostare decisamente l’asse a favore dei sindacati, e di Susanna Camusso in particolare. Che ancora ieri mattina continuava a battere sul tasto del reintegro. In caso di «insussistenza» delle ragioni economiche, con le nuove regole, il magistrato infatti potrà disporre il reintegro del lavoratore licenziato, soluzione fino a ieri non prevista nel disegno di legge del governo. Nel caso invece il motivo sia fondato scatterà l’indennizzo, che nella versione finale del ddl va da un minimo di 12 ad un massimo di 24 mensilità, contro le 15-27 del testo di dieci giorni fa. Soluzione «ragionevole» l’ha definita Bonanni. «Passo avanti importantissimo» secondo Bersani. Che ora attende il sì della Cgil. Le imprese invece protestano per gli eccessivi irrigidimenti sia in entrata che in uscita dal mercato del lavoro. A loro non basta lo «sconto» sugli indennizzi, né alcuni forme di addolcimento delle norme anti-precariato: giunti a questo punto Confindustria, Abi, Ania e coop chiedono al governo di rinunciare alla riforma piuttosto che vararne una «cattiva».

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