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Perché le riforme sono indispensabili

di Emanuele Canegrati

La riforma del mercato del lavoro dovrebbe contribuire a creare sviluppo e crescita tramite la maggiore flessibilità e facilità di assumere e licenziare da parte delle imprese. Grazie ad una maggior flessibilità è possibile creare l’incentivo per aumentare il tasso di occupazione e, di conseguenza, la produzione delle imprese che, tra le altre cose, potrebbero pensare a crescere dimensionalmente, risolvendo così uno degli annosi problemi di cui il nostro sistema economico è afflitto. Certamente i mercati guardano con particolare attenzione alle riforme del governo Monti, poiché le interpreterebbero come un nuovo passo fondamentale per il futuro del paese. L’incertezza, al contrario, incentiva i mercati a ridurre le speranze e gli investimenti. Per via dei continui tentennamenti che il governo ha mostrato nella fase di trattativa con le parti sociali gli spread sono tornati pericolosamente a salire fin oltre la pericolosa soglia dei 350 punti base, dopo che erano riusciti a scender fino a 278 lo scorso marzo, portando a credere che non è inverosimile un nuovo intervento correttivo sui conti pubblici.
Il credit crunch è una delle maggiori determinanti della crisi economica e finanziaria. Nonostante la politica di espansione monetaria intrapresa dalla BCE qualche settimana fa, la liquidità a basso costo concessa da Draghi non si è trasformata in un incremento del credito concesso dalle banche alle imprese. Se all’incremento dell’offerta di moneta non dovesse seguire un incremento della produzione vi è il rischio di un incremento del tasso di inflazione, come la teoria monetarista ortodossa insegna. Il rischio stagflazione è più che mai reale. Quanto alla questione dei ritardi dei pagamenti, Confindustria ha giustamente lanciato l’allarme, poiché è inammissibile che la pubblica amministrazione chieda agli imprenditori di onorare subito il proprio onere tributario, e se non lo fanno incorrono in sanzioni e controlli di ogni tipo, e poi paghi i propri debiti dopo sei mesi, e a volte oltre. Questa asimmetria è percepita dagli imprenditori come una vera e propria ingiustizia. Se si continua con questo atteggiamento arrogante e aggressivo quale giovane può rischiare di mettersi in proprio e costituire una società?
I Paesi stranieri vedono l’Italia come un Paese appetibile, nel quale è potenzialmente interessante investire, per via del suo elevato tasso di creatività e di imprenditorialità. D’altronde, la propensione al commercio e all’imprenditoria fa parte del DNA italiano, almeno sin dai tempi dell’antica Roma. Paradossalmente, però, proprio in Italia è diventato impossibile fare impresa, e questo per colpa dello Stato e non degli italiani. Non è possibile pretendere di sviluppare nuove idee, o che gli stranieri investano in Italia, quando abbiamo un livello di pressione fiscale da record mondiale, quando la burocrazia è eccessivamente invadente e quando per tutto c’è un processo. Per sviluppare le idee occorre libertà, non regole. Questa visione purtroppo non è ancora passata nel nostro paese, ed il dualismo lavoro-capitale, degno della migliore ortodossia marxista, non è ancora stato superato, a differenza di quanto avviene nei paesi anglosassoni. Fin quando non si capirà che l’imprenditore è un valore sociale da tutelare ed incentivare e non un élite da tassare e tartassare l’Italia non potrà mai fare il salto di qualità. Persino nella socialista Germania le relazioni industriali sono completamente cambiate, i sindacati dialogano con le imprese e non è infrequente vedere all’interno delle aziende forme di compartecipazione ai risultati aziendali da parte dei lavoratori. Se si crede davvero al libero mercato è doveroso ridurre la burocrazia e le tasse, liberalizzando inoltre i mercati, a partire da quelli che offrono servizi di pubblica utilità. Senza queste condizioni ci possiamo pure scordare che gli stranieri tornino ad investire nel nostro paese.
Se il governo dovesse fallire nella sua opera gli scenari che si aprirebbero sarebbero drammatici. Correremmo seriamente il rischio di finire come la Grecia, ormai vittima dell’effetto avvitamento, per via del quale le politiche economiche restrittive fanno diminuire la produzione, che a sua volta crea l’esigenza di nuovi interventi e quindi ancora un’ulteriore diminuzione della produzione, ad libitum. Nessun partito ha interesse a che questo governo fallisca nella sua opera di modernizzazione del Paese, poiché deve essere chiaro che tutte le riforme che non verranno passate ora, dovranno essere passate nella prossima legislatura, quando i partiti torneranno a condurre il paese. Il sistema economico italiano in questo momento è vecchio e arretrato e non può reggere il confronto competitivo internazionale. Le riforme sono quindi indispensabili per tornare a crescere e se queste non verranno fatte non solo la ripresa diventerà una chimera, ma ci si può pacificamente aspettare un’ulteriore caduta del Pil, della produzione e, in generale, della ricchezza di famiglie e imprese. Senza di esse saremo tutti più poveri, nessun dubbio a riguardo.

Emanuele Canegrati è Dottore di ricerca in Economia pubblica all’Università Cattolica di Milano, Visiting Researcher presso lo STICERD Center della London School of Economics dal 2006 al 2008 e presso il Luxembourg Income Study Office nel 2009. Dal 2010 giornalista per l’Occidentale ed economista per la Fondazione Magna Carta. Consulente economico per la pubblica amministrazione. Autore di diverse pubblicazioni internazionali tra le quali “Economics of Taxation” (Novascience, New York).

 

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