6 aprile 2009, L’Aquila tre anni dopo | T-Mag | il magazine di Tecnè

6 aprile 2009, L’Aquila tre anni dopo

In occasione del terzo anniversario del terremoto, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inviato un messaggio al sindaco di L’Aquila, Massimo Cialente, auspicando “una sempre più proficua collaborazione tra i diversi livelli istituzionali, il mondo produttivo e le varie componenti della società civile affinché ne venga un impulso decisivo al processo di ricostruzione”. Le cronache, tuttavia, raccontano di una città ancora paralizzata dalla sciagura che sconvolse la vita di molti abruzzesi il 6 aprile del 2009. Per queste ragioni abbiamo ritenuto opportuno non aggiungere nulla a quanto scritto un anno fa dal presidente di Tecnè, Carlo Buttaroni, proprio sulle pagine di T-Mag, all’epoca online da poche settimane. Il testo, aggiornato, appare quanto mai attuale poiché poco è cambiato da allora. La nostra speranza, che in definitiva è la speranza di ognuno, è che finalmente tutto inizi a cambiare. A L’Aquila come nel resto del Paese.

Come L’Aquila lotta per ritrovare il suo senso e uscire dell’oblio

di Carlo Buttaroni

Sono passati tre anni dalla notte in cui un cielo di angeli è caduto sulla città dell’Aquila. Vogliamo ricordarlo per il rispetto che si deve a coloro che hanno vissuto sulla propria pelle il dramma di un futuro che improvvisamente perde le sue tracce.
Tre anni, quindi, da quel 6 aprile 2009: una data che segna, con un solco profondo, il prima e il dopo degli aquilani. Ci sono eventi e fatti che non possono e non devono essere dimenticati: rimangono dentro, segnano in maniera indelebile l’esistenza di chi li vive, violano l’intimità delle persone perché il dolore di ognuno diventa parte di un filo narrativo comune.
L’evento che ha colpito L’Aquila non ha solo danneggiato edifici e provocato lutti profondi nelle vite e nelle coscienze. Ha diffuso anche un senso di ineluttabilità e un sentimento simile alla malinconia: assenza di senso, mancanza di riferimenti e di forme conosciute, rallentamento delle relazioni di vita.
Il prima e il dopo della città è nell’oblio di luoghi prigionieri del post-terremoto: via Sassa, via Roio, piazza Palazzo, i quattro cantoni, oggi evocano memorie ma prima erano circostanze di vite vissute nella normalità del quotidiano.
Attraversare il centro dell’Aquila, per chi l’ha vissuto o semplicemente conosciuto prima del terremoto, equivale a camminare tra i detriti di esistenze rovesciate.
Dove un tempo c’erano locali pieni di giovani, di musica, di colori, di profumi, oggi c’é un sordo e malinconico silenzio.
A telecamere accese l’emergenza sismica è stata gestita in maniera esemplare. A telecamere spente il post-emergenza lascia sul campo molti dubbi e troppe domande che non trovano risposte. I nuovi insediamenti che, pochi mesi dopo il terremoto, hanno dato una casa agli aquilani, in un tempo altrettanto breve sono diventate borgate di una città senza reti sociali e senza un cuore pulsante. I poli di ritrovo sono diventati i due centri commerciali nella periferia a ovest e a est della città. E ogni giorno che passa le casette a quattro piani, con annessi giardini e giochi per i bimbi, assumono le sembianze di set cinematografici abbandonati dopo che si sono spenti i riflettori.
Oggi la quotidianità appare immersa in uno spazio nel quale predominano i grigi, dove prima c’erano i colori e i progetti di vita delle persone. Spenta l’attenzione del mondo dei media le rassicurazioni delle istituzioni non sembrano più sufficienti a restituire significato al senso di vuoto che sembra avvolgere i destini di una comunità.
Nonostante questo, tra la gente dell’Aquila, si respira il desiderio di un sentimento nuovo, di parole che spieghino la sofferenza di oggi e indichino quale sia la via da percorrere per risolvere le difficoltà, trovare un rimedio contro l’oblio e contro i rischi di indifferenza verso l’altro, in una visione che restituisca profondità e senso ad un orizzonte comune.
Il terremoto è stato vissuto dalla politica nazionale come un derby tra opposte fazioni, giocato lungo il tempo dell’emergenza post-sismica. Ma quando i tifosi hanno abbandonato lo stadio, sul campo di gioco sono rimasti i cittadini con il loro futuro strappato alla normalità. E anche se nessuno può restituire un affetto a chi lo ha perso, qualcuno deve farsi carico oggi, a telecamere spente, di aiutare una comunità ferita dalla perdita di posti di lavoro e dalla disgregazione delle reti sociali che alimentavano la città. Perché la solidarietà si sedimenta nella memoria di una coscienza comune e non può e non deve esaurirsi nell’invio di coperte e maglioni alle popolazioni colpite o in quel triste turismo del dolore che ha portato all’Aquila migliaia di persone, con videocamere e macchine fotografiche, per riprendere da vicino e dal vero le tracce delle esistenze strappate alla vita.
Gli aquilani non hanno abbandonato la città, non hanno ceduto alla tentazione di una città da far nascere nei nuovi insediamenti esterni a quella storica. Perché una città, ancor prima che di case e di strade, è fatta di cittadini che la abitano e le danno un volto e un carattere, che animano le piazze e i palazzi con i loro sogni, i loro bisogni e le loro aspettative. Sono lì, che presidiano il loro passato perché é da l’, soltanto da lì, che può ripartire il loro futuro.

 

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