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La riforma delle professioni legali

Inutile se non si incide anche sui canali di accesso
di Angela D'Elia e Angelo Santamaria

Riformare le professioni legali? Un recente studio sul caso americano (What can we learn from law school?) può fornire interessanti spunti applicabili anche al caso italiano perché focalizza l’attenzione sulle storture del sistema di formazione dei futuri avvocati. È nell’accesso alla professione che si possono infatti individuare alcune delle più rilevanti criticità che attualmente penalizzano gli operatori del diritto e che contribuiscono a spiegare le crescenti difficoltà che gli stessi incontrano nel mercato del lavoro specie se giovani.
La crisi della professione legale, che trova sempre più spazio nei media e costituisce frequente oggetto di dibattito anche in sedi istituzionali, altro non è che la punta dell’iceberg del più ampio problema dell’incapacità del sistema formativo italiano di fornire le professionalità richieste nel mutato mercato del lavoro ed a superare il mismatch tra domanda e offerta che lo caratterizza.
L’esempio delle law schools americane, a cui si è ispirata l’istituzione delle scuole di specializzazione per le professioni legali, non ha avuto gli effetti previsti, in quanto si è realizzata una mera duplicazione dei corsi già offerti dalle università. La stessa pratica professionale, che rappresenta il canale principale di approccio alla professione si caratterizza, così come attualmente utilizzata, per l’assenza di un contenuto formativo adeguato alla finalità per cui essa è prevista.
Alla luce di queste considerazioni si giunge a sostenere che è quanto mai auspicabile un intervento mirato a riformare il sistema universitario e post-universitario, affinché la preparazione dei c.d. would be-professional sia tale da permettere ai giovani di superare le difficoltà connesse alla struttura del nostro sistema economico e sociale, legato ancora a schemi e modalità organizzative stigmatizzate in un passato ormai remoto.
L’attuale insegnamento del diritto risulta sempre più inadatto rispetto alle esigenze delle professioni legali in un contesto di internazionalizzazione e interdisciplinarità tra la scienza giuridica e le scienze politiche, economiche e sociali: è opportuno, quindi, abbandonare i modelli didattici tradizionali a favore di una formazione maggiormente incentrata sul metodo e sulla risoluzione di casi pratici. Solo una volta che si sarà messo mano al sistema di formazione degli operatori del diritto si potrà poi ragionevolmente discutere della riforma complessiva professionale legale, le cui criticità nascono da lontano.

Angela D’Elia e Angelo Santamaria
Scuola Internazionale di dottorato in Formazione della persona e mercato del lavoro
Adapt – CQIA, Università degli studi di Bergamo

Per gentile concessione di Adapt – Associazione per gli Studi Internazionali e Comparati sul Diritto del lavoro e sulle Relazioni Industriali (www.adapt.it)

 

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