L’incertezza sulle prossime elezioni | T-Mag | il magazine di Tecnè

L’incertezza sulle prossime elezioni

di Carlo Buttaroni

Le inchieste che vedono protagonista la Lega hanno avuto un inevitabile rimbalzo in termini di consenso elettorale. In complesso diminuisce, rispetto a marzo, la quota di chi dichiara il voto a un partito (dal 53,9% al 51,8%) e tra questi ultimi le variazioni più significative riguardano proprio la Lega (-3%). Sempre in termini relativi (considerando, cioè, soltanto chi dichiara l’intenzione di voto) la rilevazione registra, rispetto a un mese fa, un recupero del Pdl (+1%) una crescita del Movimento 5 stelle (+1%), una tenuta del PD – che si conferma comunque primo partito – e un calo di Sel (-1%), investito anch’esso da un’inchiesta giudiziaria che coinvolge il suo leader.
Se si considera l’intero campione d’intervistati, in modo da analizzare a livello macro i movimenti dell’opinione pubblica, lo scenario appare più profondo e intrinseco al sistema politico di quanto possa sembrare analizzando semplicemente le intenzioni di voto. Complessivamente, i partiti che siedono alla Camera dei Deputati fanno registrare il 30% in meno dei consensi ottenuti nel 2008 e l’attuale maggioranza che sostiene il Governo Monti (Pd, Pdl e terzo Polo) oggi sarebbe votata soltanto da tre elettori su dieci.
Centrodestra e centrosinistra, le due principali coalizioni che tra poche settimane si confronteranno nelle elezioni amministrative – e che a livello locale rappresentano ancora due campi politici contrapposti – oggi raccoglierebbero circa il 38% del corpo elettorale, contro il 70% del 2008.
Alla crescita dell’area del non voto – e di quella contigua dell’incertezza – ormai vicine al 50%, si accompagna l’aumento dei consensi al Movimento 5 stelle. Il partito di Beppe Grillo, rispetto a un mese fa, incrementa in termini assoluti dello 0,4% e si attesta al 6% nelle stime di voto.
Il terzo polo (Udc, Fli e Api) aumenta i consensi ma non si afferma come alternativa autonoma e autosufficiente.
I flussi elettorali si dispongono prevalentemente verso l’area del non voto e la portata del fenomeno è tale che è impossibile prevedere cosa accadrà realmente il giorno delle elezioni. Astensionisti e incerti rappresentano il principale contenitore e un ritorno nel perimetro della partecipazione elettorale da parte di coloro che oggi non scelgono alcuna forza politica – anche limitato a chi aveva votato in occasione delle precedenti politiche – avrebbe come effetto di cambiare completamente la geografia politica che emerge, oggi, dai sondaggi.
Il quadro riflette una crisi profonda del sistema che sembra procedere con la crisi economica e sociale. Si pongono questioni nuove che riguardano l’essenza della democrazia e della politica come strumento fondamentale di governo della società. Il problema non è solo quello di una democrazia senza consenso, come sembra prefigurarsi dallo scenario attuale, ma semmai di un sistema democratico senza partiti, come punto estremo di ricaduta della “tempesta perfetta” che ha investito il Paese.
Il rischio, in questa fase, è che l’eccesso di tecnicismo si sposi con il deficit di politica, facendo perdere di vista la necessità di non limitarsi a riforme che hanno soltanto una matrice economica. Incrociare la ripresa potrebbe non essere sufficiente se questa non è accompagnata da una crescita della capacità di governo dei processi e da un maggiore protagonismo politico dei cittadini stessi.
Se bisogna fare in fretta per rimettere in piedi il Paese dal punto di vista degli equilibri economici, occorre anche, con altrettanta determinazione, avviare una reale riforma del sistema dei partiti in grado di riavvicinarli ai contesti dove i processi economici maturano.
La risposta all’ingovernabilità, iniziata negli anni Novanta, è passata attraverso trasformazioni profonde, che hanno investito tutte le forze politiche, vecchie e nuove. Da attori principali della democrazia rappresentativa, i partiti si sono avvicinati alle istituzioni e allontanati dalla società civile, riducendo la loro capacità di funzionare come promotori d’identità collettive in grado d’incanalare all’interno delle istituzioni le crescenti domande sociali. Risultato: i partiti sono, oggi, ormai privi delle reti organizzative indispensabili a trasformare la protesta in domande. E, conseguentemente, le domande in proposte.
Allo stesso tempo i partiti hanno visto sensibilmente ridotto il raggio d’azione mentre è cresciuto, contestualmente, il peso dei decisori tecnici. E a tutto questo si è aggiunta la drammatica riduzione delle risorse pubbliche alle quali attingere per rispondere ai bisogni crescenti della società.
E’ proprio su quest’ultimo punto, oltretutto, che si profila la sfida più difficile, perché la crisi segna un punto di svolta nel ruolo che possono giocare le politiche economiche nel governo della società. Soprattutto in una fase come quella attuale, in cui il sistema si sta disponendo verso una democrazia senza crescita economica.
Questo non significa che la democrazia non ha più bisogno dei partiti. Semmai è vero il contrario: la democrazia, oggi, ha ancora più bisogno dei partiti perché la crisi impone di dare risposte forti alle domande che nascono da spinte inevitabilmente divergenti, proprio in forza della crisi. E una democrazia che sceglie e decide può farlo solo se i partiti sono in grado di articolare, convogliare e orientare le istanze della società intorno a un progetto. D’altronde, la sfida di qualsiasi democrazia è come portare a sintesi una comunità complessa, canalizzando le sue pulsioni, positive e negative, in percorsi che producano sintesi, consenso e capacità decisionale.
Ma per dare forza ai partiti occorrono riforme strutturali, capaci anche di contrapporsi alla spinta anti-partitica che cresce nell’opinione pubblica. Per fare questo i partiti devono recuperare credibilità con scelte che evitino ogni fraintendimento rispetto alla conservazione di irritanti e anacronistici privilegi che li fanno apparire rinchiusi in un fortino assediato. Devono evidentemente avere il coraggio di rompere i cerchi magici e rinnovarsi al loro interno, aprendosi a processi democratici reali e avviando un vero ricambio di leadership, anziché un giro di poltrone e d’incarichi. Devono, infine, evitare quelle farsesche e ipocrite rappresentazioni dove, pur di assecondare un’opinione pubblica delusa e sfiduciata, si mettono a gridare sotto i balconi delle stanze che occupano. Insomma, servono scelte coraggiose. A cominciare da quelle che stanno, proprio in questi giorni, sui tavoli istituzionali: la riforma elettorale e quella sul finanziamento pubblico dei partiti. Due riforme che, per molti versi, si rispecchiano l’una nell’altra. La legge elettorale deve restituire ai cittadini il potere di scegliere la rappresentanza politica, facoltà che gli è stata sottratta con l’introduzione del “porcellum “che ha assegnato, di fatto, alle leadership di partito il potere di decidere a tavolino chi sarebbe diventato parlamentare.
La riforma del finanziamento pubblico ai partiti è una sorta di preambolo, che deve andare nella direzione di favorire la partecipazione politica, evitando che si possa fare un uso improprio di risorse pubbliche. Ma nel fare questo è indispensabile recuperare il profilo che l’articolo 49 della Costituzione assegna ai partiti che, a proposito del sistema di democrazia interna, stabilisce che devono essere associazioni aperte e democraticamente organizzate al loro interno, perché “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. E affinché sia realmente giustificato, il finanziamento deve essere accompagnato da una legge che garantisca una cornice entro cui i partiti possano operare con trasparenza.
Una legge che, in 66 anni di storia repubblicana non si è mai riusciti a fare.
E’ il momento di scelte coraggiose. Forse anche impopolari, soprattutto dopo le vicende che hanno riguardato la Lega e prima ancora l’ex tesoriere della Margherita. Aver trasformato il finanziamento della politica in rimborsi elettorali è stata un’ipocrisia, una presa in giro al buon senso, e la strada non può essere più quella. I partiti devono assumersi la responsabilità di dire che la democrazia e la politica hanno un costo. E che finanziarla assicura il funzionamento dei processi democratici, come avviene, direttamente o indirettamente, in tutti i Paesi democratici e civili.
Ora il tempo sta per scadere e occorre che s’imponga la ferma volontà di fare quelle scelte che il Paese non può più attendere.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità del 16 aprile. Di seguito l’indagine Tecnè.
L’indagine è stata realizzata da Tecnè su un campione rappresentativo di italiani maggiorenni. Sono state intervistate telefonicamente, con metodo CATI, mille persone dall’11 al 13 aprile 2012. Il margine di errore è pari a +/- 3,1%.
Il documento completo su www.sondaggipoliticoelettorali.it

 

2 Commenti per “L’incertezza sulle prossime elezioni”

  1. […] (Udc, Fli e Api) aumenta i consensi ma non si afferma come alternativa autonoma e autosufficiente. Qui il link al sondaggio Comunicato ABC miglior spot (gratis) per Grillo. FLI prenda le distanze […]

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